Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Roma, minimum fax, 2019
di Rossano De Laurentiis, Biblioteca Umanistica - Università di Firenze

 

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Sommario
I.
II.
III.
IV.
V.
La storia
L'editing
La lingua
Bibliografia
Sitografia


 

§ II. L'editing

 

I. La storia

Quasi a dare seguito all'invito racchiuso in un titolo di Alberto Savinio, Narrate, uomini, la vostra storia (Bompiani 1942), il romanzo di Remo Rapino utilizza come pretesto un brogliaccio redatto, poco prima di morire, dal protagonista Liborio Bonfiglio, nato nel 1926 e morto nel 2010, gli stessi anni anagrafici del padre dell'autore. Nella finzione di Rapino sarà quel manoscritto il verbale di «una voce che, raccontando se stesso, racconta un secolo di storia e lo fa da una periferia esistenziale e dà voce a quelli che non hanno voce, agli ultimi della fila, agli emarginati» (dichiarazione dell'autore).

«Così allora mi è venuto alla mente e pure al cuore questo sghiribizzo intricante di raccontare tutto quello che mi è successo da quando sono nato a mò che c'ho più di ottant'anni [...]. Ho preso allora un quaderno con le righe tutte dritte così non vado storto e sono partito con una bella Bic nera» (p. 15).

Remo Rapino, figlio del dopoguerra e del boom economico, ha voluto con l'autobiografia di Liborio in qualche modo rendere omaggio alla generazione del padre, la quale ha attraversato e vissuto in prima persona il "secolo breve" - come viene chiamato da alcuni storici il Novecento iniziato con la Grande guerra e terminato con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e del Comunismo sovietico poco dopo.
Liborio è adolescente quando ascolta «come una ventata di tuono quel vocione dal cielo» (p. 22), l'annuncio di Mussolini dell'ingresso in guerra contro Francia e Inghilterra. Il fascismo strapaesano è descritto con toni e scenette degne di Mino Maccari e George Grosz, e tenendo a mente come materiali documentari anche la commedia all'italiana nel cinema, con dei personaggi, spesso delle caricature, presenti in Amarcord e in Anni ruggenti (film del 1962 per la regia di Luigi Zampa).

Figura 2
Foto 1 - Mino Maccari, Il maresciallo - Incontri, olio su cartone telato. Opera registrata presso l'Archivio Maccari con il n. 1539.

«[...] sulla balconata ci stava il Federale, tutto Lei non sa chi sono io (ma il Lei allora non si poteva usare che era come un peccato mortale) e accuzzato vicino il Segretario del fascio con una faccia un poco scema e un poco caraogna [sic], poi la Direttrice della scuola elementare, una nuova, con il culo bello rimpoppato che il Prefetto lo guardava con uno sguardo arrapato» (p. 28).

L'autore ha sentito il bisogno di riscattare la condizione anonima di tanti "ultimi", di quelli che pur soffrendo e vivendo le proprie vite, nella Storia entrano solo quando fanno "massa", dando loro una voce narrante. L'immaginario collettivo di una nazione (a p. 87 si vedano le citazioni vaganti di film neorealisti come Ladri di biciclette, pellicole di successo come Totò e Peppino, la serie di De Sica, Pane amore e...), oltre naturalmente alla memoria storica degli italiani (per es. l'abolizione dei manicomi), vengono così ripercorsi nei momenti salienti dall'ottica di un borderline o di un fool shakespeariano. D'altronde la condizione di refoulée è "nucleo primordiale" di tanta parte della storia del romanzo moderno. «Ogni storia di uomo, matto o normale, è una mescolatura delle stesse cose» (p. 248).
Il protagonista nasce in una provincia non meglio precisata - salvo intuire la regione dall'uso di parole dialettali -, la quale è un cronotopo propizio in quanto specola di peculiarità culturali e sociologiche, che in fondo dimostrano come tutto il mondo è paese. Dalla provincia provengono quelli che vanno a ingrossare la popolazione delle grandi città, e poi un giorno vi ritornano pieni del disincanto che la condizione urbana può far scattare durante un'esistenza. Penso a La vita agra (Rizzoli 1962) di Luciano Bianciardi, il quale dalla nativa Grosseto se ne andò a Milano per lavorare in editoria e diventare scrittore affermato.
Un romanzo di formazione, dunque, con in mente la gioventù della prima metà del secolo. Il padre dell'autore Beniamino è stato insegnante in tempi nei quali per andare nelle scuole sperdute dell'entroterra montano ci si armava come dei partigiani per il viaggio, in una ideale lotta contro l'ignoranza e le disparità sociali. Il curricolo scolastico di Liborio invece si ferma alle scuole elementari perché pur amando lo studio e la lettura non ha i mezzi per proseguire, né gli viene prospettata tale possibilità - come usava allora, in una società rigidamente ingabbiata per censo che non consentiva alcuna chance a chi fosse figlio di padre ignoto. Del padre di Liborio, infatti, si erano perse le tracce da quando era andato emigrante "alla Merica".
L'emigrazione oltreoceano è un'altra mitologia di peso nella storia regionale abruzzese. Negli Stati Uniti arrivarono famiglie che ebbero figli destinati a una vita da perfetti 'americani', la cosiddetta prima generazione. Tra questi si ricordano gli scrittori Pietro Di Donato,1 John Fante, l'attore e cantante Dean Martin (alias Dino Paul Crocetti), il pugile Rocky Marciano. Un percorso di conquista ben sintetizzato nelle parole della "figura" paterna di Liborio: «parlava dei posti grandi e larghi della Merica, di tutti i lavori che aveva fatto, il muratore, lo scaricatore, il guardiano dei cavalli, il monnezzaro [...] mi diceva a me che me stavo silenzioso, aveva gli occhi uguali uguali proprio agli occhi miei» (p. 241).
Gli stessi occhi con i quali l'adolescente Liborio dovette assistere agli orrori della guerra, uguali dovunque vi siano paesi colpiti, come dimostrò l'arte innocente di Picasso dipingendo uno scorcio cubista balenante su una città spagnola devastata da bombardamenti nel 1937, Guernica:

«quella guerra che non voleva manco cominciare a finire. Per due giorni ho corso fino a sfiatarmi l'anima e correndo correndo gli occhi mi saltavano da una parte all'altra e correvo come una volpe impazzita di paura per una brancata di cani che ci volevano fare lo spezzatino. E tutto ho visto in quelle due giornate [...] cose che non si scordano manco a spararsi un colpo in testa, certe scenate che te le porti appresso pure da morto, io Bonfiglio Liborio, ragazzo di anni diciassette, senza arte né parte, orfano di madre, [...] mentre io correvo e guardavo e vedevo e non sapevo se le cose mi si confondevano agli occhi per la polvere che si alzava dalle macerie o per il fumo degli incendiamenti o per la nebbia o perché piangevo, che neanche quando ci ho avuto i miei morti ho pianto tanto. Manco oggi se ci ripenso lo so bene, che mi ricordo e non mi ricordo tutto quel bordello di cose, tutte mischiate che non le potevi rimettere in fila manco per sfizio, manco se ci veniva un geometra bravo, ma che geometra, manco se ci calava la Madonna e san Giuseppe» (pp. 41-42).

La didascalia della scena descritta è data dalle giornate del 5 e 6 ottobre 1943 (alle quali Rapino dedica un capitolo apposito), quando «giovani patrioti ed anche adolescenti affrontarono in aperto combattimento il preponderante, attrezzatissimo, truce nemico tedesco, pur sicuri di perire, ma fidenti nella loro vittoria ideale», come recita un rapporto ufficiale del 1947 sugli eventi che avrebbero portato alla liberazione e al conferimento della Medaglia d'oro al valor militare alla città di Lanciano nel 1952. «Intorno alle Torri [Montanare] dove finiva un lungo viale pieno di alberi, nello slargo davanti a una chiesa, per i vicoli stretti dei quartieri vecchi era tutta una barricata di sacchi, materazzi, sedie, qualche baule» (p. 49).
Vi sono le industrie padane dove Liborio ha lavorato (Borletti, Santa Rosa e Ducati), con la descrizione di episodi di sciopero operaio "a gatto selvaggio" (cioè sabotando i macchinari), fino alla reclusione nel carcere bolognese della Dozza per aver preso a pugni un caporeparto che usava il cronometro per misurare i tempi in catena di montaggio. La fase operaista di Liborio - diventa un "fiommista" critico contro lo sfruttamento nelle fabbriche e in lotta per rivendicare i diritti dei lavoratori - ricorda anche il cinema impegnato e di denuncia di Elio Petri, La classe operaia va in paradiso, con Gian Maria Volonté (1971); o della commedia di Lina Wertmüller, Mimì metallurgico ferito nell'onore, con Giancarlo Giannini (1972).
Il "sottoproletario" Liborio finisce licenziato e infine ricoverato in un ospedale psichiatrico per evitare una condanna più severa. La vacuità del teatrino delle parti nel processo che lo vede in giudizio per l'aggressione in fabbrica, è percepita da Liborio nella sua assurdità. Egli invece, secondo una visione ingenua, vorrebbe fare un processo alla condizione umana: «il Padreterno che sta sulle nuvole mica può fare tutto lui, e allora fa succedere le cose per fare trionfare la giustizia, che poi se uno deve fare una cosa giusta la deve fare e basta [...], se uno gli sa fare la scrima alle cose» (pp. 148-149).
Forse si può azzardare un cortocircuito tra il motivo della nuvola, allusione alla aleatorietà della storia, quella maggiore e quella degli individui, in contrasto con la soda materialità pretesa dallo storicismo delle magnifiche sorti e progressive (Leopardi, La ginestra, v. 51, corsivo nel testo originale). Il motivo della nuvola ritorna qualche pagina dopo, nell'episodio in cui Liborio è dimesso dal manicomio, e decide così di "arrubbare" la divisa dei medici psichiatri, ritenendo di avere sufficiente autocoscienza per poterne indossare, o almeno possedere, una anche fuori dall'istituto - con tacito rimando a Mario Tobino scrittore e psichiatra. Con il timore confessato,

«siccome era notte e il camice era tutto bianco se qualcuno mi vedeva da lontano per la strada che andava alla stazione gli poteva sembrare che in giro per la strada ci stava come una nuvola che camminava, [...] e poi mi veniva pure un altro pensiero che cioè quando mi morivo per sempre ci poteva uscire una bella lapide, [...] QUI RIPOSA LIBORIO BONFIGLIO / CHE È STATO NUVOLA PER STRADA» (pp. 183-184).

In questa dichiarata adesione all'evanescenza di una nuvola ad altezza d'uomo, quasi nebbia fluttuante, si potrebbe cogliere una parentela - da vasi comunicanti, come del resto è il funzionamento della letteratura - con l'"uomo di fumo" leggero nello spirito e nel pensiero di Aldo Palazzeschi nell'anti-romanzo Il codice di Perelà (1911). Al termine di quella storia il protagonista si toglie gli scarponi e, passando per il camino, scompare per sempre dissolvendosi in una nuvola di fumo.2
L'eroismo di Liborio è piuttosto di tipo stoico, consiste nell'aver tenuto botta alla ferocia della vita e delle convenzioni sociali, «io non avevo mai fatto un male a una mosca e nemmeno a un ragno» (p. 232). Liborio nel diario di memorie chiama le avversità della sorte in modo naif: "segni neri". La narrazione è infatti cosparsa di "segni neri", ripetuti ossessivamente, i quali sono una sorta di I-Ching nefasto: «Che ne poteva sapere lui di tutti i segni neri che mi portavo appresso» (p. 26), «i segni neri fino al collo da quando era piccolo e non si poteva difendere dalle male cose» (p. 49), «io ci avevo certi segni neri che nessuno se lo poteva immaginare» (p. 66), «segni neri alle spalle» (p. 82); con qualche variazione pittoresca: «da una vita ci avevo un vagone di malimentizie sulle spalle, di sfortunatamenti che mi venivano dietro passo passo» (p. 137).
La voce narrante sente di condividerli con degli altri individui solo quando si ritrova internato in manicomio a Imola, tra i compagni ricoverati: «venivo a conoscere tante vite degli altri e mi accorgevo che i segni neri si spaparacchiavano in parecchi posti ed entravano in parecchie case, che ognuno aveva i suoi e i miei alla fine non erano più brutti degli altri» (p. 157).
Le esistenze di persone vissute ai margini, come certi matti, reietti, di cui la letteratura è da sempre ricettacolo, possono illuminarsi di uno o più miracoli - come ci suggerisce, al di là della frase fatta, il titolo dell'opera di Rapino - per grazia divina o della Storia. Si può anche pensare al miracolo della creazione letteraria: «se sono vivi e veri, i personaggi: condizionano, acconsentono, rifiutano una soluzione, collaborano a formare il percorso».3
Le vicende di Bonfiglio intersecano la Bologna rossa e universitaria di via Zamboni 36 e dell'Osteria del Sole (capitolo relativo agli anni 1966-1968, vissuti nell'esperienza di Remo Rapino studente universitario). A Liborio accade, nella sua minima educazione sorretta però da curiosità, di imbucarsi nell'aula universitaria quale studente «per finta»: «Poi è venuto, senza dire manco buongiorno, un signore che doveva essere un [...] professorone con la barba [che] mi stava a intreccicare il cervello con una storia che non era Dio che aveva creato all'uomo ma casomai era l'uomo, ma senza fare nessun nome d'inventore, che aveva creato a Dio» (pp. 115-116). Viene adombrata perfino una teologia personale di Liborio, quando ribadisce a modo suo che le parabole evangeliche hanno un valore parenetico dal momento «che alla Bibbia non ci stanno gli scherzi e le bugie e se no che Bibbia è» (p. 238). «I matti [...] fanno le cose come vengono e se vengono male che ognuno Dio se lo prega per conto suo» (p. 234).
Il caso lo porta a conoscere uno scrittore destinato a una certa notorietà, seppure nel genere di nicchia del giallo: Giorgio Scerbanenco, che risulta per breve tempo compagno di fabbrica di Liborio (p. 88).
La narrazione diventa una terapia: «ma ci sono dovuto passare in mezzo alla tormenta per capire quello che significa acqua e vento e che vuol dire quando parlano del destino che sta già scritto, ma per imparare a leggere ci vuole tutta la vita e quando te lo sei imparato è troppo tardi» (pp. 14-15). Se Sherazade raccontava per guadagnare un giorno in più di vita; Liborio racconta a fine di vita per cercare la via del "ben morire". L'ultimo stadio del malessere esistenziale di Liborio lo vede tornare nella cittadina natale, quando ormai i coetanei sono morti e le nuove generazioni sanno essere altrettanto feroci verso «il randagio che sono già» (p. 79).
Forse siamo di fronte all'ennesima reinterpretazione del mito di Orfeo - riletto liberamente e innestato nella trama allegorica del romanzo -, che salva Euridice dal morso del serpente ma solo per ricevere in cambio l'apparizione o la visione (gr. phasma) di quella che solo una volta fu vera - fuor di metafora fra gli amori mancati di Liborio, almeno due donne possono considerarsi possibili controfigure di Euridice: la ragazza coetanea con cui, dopo l'infatuazione platonica in gioventù, avrà un amorazzo tardivo ormai da maritata e "inquartata" (cioè grassottella); e la compagna di manicomio più giovane, ma misteriosamente depressa fino al suicidio.4 Voltarsi per Liborio-Orfeo diventa una scelta consapevole perché significa rinunciare a quello che non è più.

«Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ciò ch'è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela».5

Liborio narratore è "figura" vicaria di Orfeo cantastorie; entrambi se si voltano indietro non è perché credono di riscattare l'amata ninfa col proprio verbo, ma perché con lo stesso canto epico l'artista-poeta o la sua parodia: il balbuziente cocciamatte, hanno compiuto il proprio destino, ormai sganciato da ogni esigenza terrena e totalmente estraneo alle stagioni della vita.
Rimane solo un'«esigenza ontologica di approfondire la coscienza dell'esistere».6 Il plot ridotto all'osso potrebbe essere la storia di un rifiuto. Liborio, con la sua ritrosia e il porsi fuori dall'establishment, è l'ultimo specimen di un idealtipo letterario che annovera il già ricordato diniego di Orfeo; Pietro da Morrone che rinuncia al papato; quel personaggio di Herman Melville, Bartleby lo scrivano (1853) e la risposta-talismano: «Avrei preferenza di no».
Un capitolo finale è dedicato alla passerella - come a teatro con gli attori che sfilano sul palco per raccogliere gli applausi -, senz'altro onirica, un desiderio sognato o una nostalgia rediviva, di tutti i personaggi del romanzo che prendono parte alla festa organizzata da Liborio nel suo modesto appartamento - «Na mezza bicocca sgarrupata» (p. 192) -, che per l'occasione diventa accogliente e confortevole: «è stato come un miracolo di Padre Pio che più quelli venivano e più i muri della casa si allargavano e diventavano fini fini fini e poi trasparenti come una vetrata pulita che si vedeva da un lato il mare e da un lato la montagna» (p. 235). Ultimo degli ospiti, il più agognato - «Una volta sola lo volevo vedere» (p. 7) -, è il fantasma del padre emigrato dagli occhi come i suoi.
La discrasia tra narrato e visioni nel narrato - una finzione di secondo grado - è la stessa che si verifica, forse, anche in ciascun individuo quando si provi a raccontare la propria storia: «La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla» (G.G. Márquez, a p. 248), passo scelto da Rapino per l'epigrafe all'ultimo capitolo del 2010, intitolato all'«Anno che si prepara a entrare in scena la morte di Bonfiglio Liborio però d'inverno». Dove il "però" ha valore consecutivo di "perciò", come la nascita era avvenuta d'estate; una precisazione che forse vuole alludere alla ciclicità delle stagioni dell'esistenza che sono come un cerchio che si chiude.
«Quando stanno morendo, / gli uomini cantano delle canzoni» è l'epigrafe tratta da Chlebnikov che Rapino usa per il penultimo capitolo. Liborio lo fa a modo suo, mettendo nero su bianco i ricordi della propria vita, sbilenca come l'andamento calligrafico e sintattico della sua scrittura, perché un giorno, oramai prossimo, se ne possa fare il distillato, che «pulsa in ogni rigo di una fragile ma ostinata umanità» (dal risvolto), da trasferire su lapide «se ci capa» (p. 249). La ricchezza di uomo che lascia in eredità ai lettori sta nella cronaca olografa del "testatore" Liborio Bonfiglio, che finalmente può condividere i ricordi biografici secondo una tenue cronologia annalistica.

 

§ III. La lingua Torna al sommario dell'articolo

 

II. L'editing

Il romanzo di Rapino ha vinto la 58a edizione (2020) del Premio Campiello, manifestazione sponsorizzata da Confindustria Veneto. Di solito nella compagnia di giro dei premi letterari è dato ritrovare i soliti editori e i soliti autori. Vincere un Campiello per l'editore e l'autore significa entrare comunque nella storia, almeno di quel premio; se poi essi sono "emergenti", meglio, perché è un riconoscimento all'impegno e all'innovazione.
È un buon segnale pertanto il premio assegnato a Remo Rapino, autore noto finora più a livello regionale, nato nel 1951 a Casalanguida, piccolo paese del chietino, e residente nel capoluogo frentano,7 dove ha insegnato storia e filosofia al liceo classico. L'Abruzzo era già stato toccato dal premio veneziano nel 2017 con L'Arminuta (titolo dialettale per "la ritornata") di Donatella di Pietrantonio (Einaudi).
La scrittura sperimentale e anticonvenzionale del romanzo di Bonfiglio Liborio è coerente con la storia della casa editrice minimum fax, fondata nel 1993 da Marco Cassini (1970),8 con un profilo di editoria di laboratorio, derivando da una "rivista di letteratura via fax", con i temi ricorrenti del mestiere della scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno. Un marchio di metanarrazione - autore ed editore entrambi alla ricerca di nuove forme e modi di narrare - che riaffiora in una postilla nel sito dell'editore: «Quando leggete un nostro libro, immaginate sempre una squadra, un gruppo di lavoro che vive di narrazioni e di ascolto reciproco, di dialogo e curiosità».
Ora la direzione della minimum fax è passata a Daniele Di Gennaro. La collana «Nichel»9 è nata nel 2000, è dedicata alla narrativa italiana contemporanea, ed è «diventata un punto di riferimento e un parametro qualitativo per la ricerca letteraria dell'intera casa editrice»; è stata sotto la direzione di Nicola Lagioia fino al 2017, uno dei narratori italiani affermati della generazione dei quarantenni, il quale in seguito è passato alla guida del Salone internazionale del libro di Torino - a conferma che il mercato delle lettere e il lavoro culturale sono mondi sempre più intrecciati.

Figura 2
Foto 2 - Illustrazione di Patrizio Marini

Il progetto grafico di copertina, con un'illustrazione composta appositamente, vede una tavola imbandita ma vuota, con il vecchio barbone Liborio a capotavola - che può vagamente suggerire anche la figura di un filosofo antico, per esempio il Platone del Simposio; oppure un grande romanziere dell'Ottocento -, solo e pensieroso: un chiaro richiamo dell'ultima cena alla quale sono invitati i personaggi-fantasma del passato nella finzione del romanzo:

«Così mò mi metto buono ad aspettare qua dove sto, inchiovato a questa sedia spagliata, tutta di legno storto e fracico, fuori dal mondo come se è la fine del mondo. E vediamo che deve ancora succedere. Ma scine, vediamo che cazzo succede» (p. 247).

Un piccolo dettaglio paratestuale: ogni capitolo, anche nell'Indice finale, è contrassegnato all'inizio da una barra obliqua (ingl. slash = / ), che oltre ad essere un segno dei tempi visto che lo usiamo (o vediamo) in continuazione negli indirizzi dei siti web, per convenzione nella trascrizione continua dei versi di poesie indica il passaggio da un verso al successivo (meno frequente l'uso della barra verticale essendo un carattere speciale della tastiera nascosta). Tale «lenocinio» tipografico accompagna tutti i volumi della collana; ma nel caso di Rapino si può insinuare - a mio avviso - l'idea dei capitoli come una successione di versi, considerando la sua attività di poeta, ricordata nel risvolto biografico del libro citando la raccolta La profezia di Kavafis (Mobydick 2003).
Il romanzo ha prima circolato con una bandella che lo dava finalista al concorso della Fondazione Premio Napoli 2020, ora sostituita dall'aggiornamento di "vincitore" del premio letterario inaugurato nel 1963 con la vittoria di Primo Levi per La tregua. Il titolo vuole probabilmente alludere alla vita di un "martire santo" (non sono le agiografie uno dei generi più antichi?), per stare alla suggestione di un altro scrittore abruzzese, Ignazio Silone che con L'avventura d'un povero cristiano, un testo in forma teatrale dedicato a Celestino V, risultò vincitore del Campiello nel 1968.
Ad avallare il legame trans-artistico con il cinema, cioè di un libro scritto come fosse una sceneggiatura, pronta per la trasposizione filmica, ci sono i "Titoli di coda", posti dopo l'Indice finale. Il prospetto di nomi e funzioni editoriali è utile per capire la filiera produttiva di un romanzo al giorno d'oggi; l'organico leggero di un editore di medie dimensioni: una dozzina e mezza di dipendenti. E come nel lavoro collettivo di un film viene accreditato l'editing di Fabio Stassi, a sua volta autore di tre titoli usciti nella medesima collana.
Del romanzo esiste la versione digitale leggibile su dispositivo elettronico; è stato anche realizzato un audio-libro, con la voce di Fabrizio Gifuni, attore famoso in teatro e al cinema, che già fa pensare a una offerta orientata al genere di "oratorio" civile monologante, o con l'aggiunta di voci e musica. Insomma il prodotto premiato ha potenzialità per innescare un indotto artistico di un certo interesse.
All'autore Rapino e agli artigiani della minimum fax è toccato il compito di dare una forma editorialmente fruibile di quel flusso fatto da ricordi di parole cose e persone. Possiamo chiederci per mera curiosità quanto sia dipeso da una scelta stilistica dell'editore o dell'autore la punteggiatura ridotta al minimo, l'assenza di indentature tipografiche per scandire i paragrafi - un'opzione azzeccata che annuncia già nella mise en texte lo stile narrativo da stream of consciousness -, quasi a ricreare la narrazione torrenziale, con comprensibili ripetizioni e salti logici effetto della logorrea interiore del protagonista, indotta dalla spontaneità di uno stile diaristico senza pretese, adottato da un ottuagenario semicolto non avvezzo alla scrittura quale è Liborio nella finzione.
Di tradizionale e rassicurante ci sono le epigrafi a inizio di capitolo, che offrono così un canone personale delle letture del nostro autore e in un certo senso illuminano le fonti di ispirazione della sua poetica. Non di Liborio dunque, perché Bonfiglio è stato un uomo, suo malgrado, unius textus, visto che il protagonista accenna più volte al libro di Edmondo De Amicis, Cuore, come testo di riferimento nella propria formazione scolastica - destinato a rimanere la lettura di una vita (p. 148) -, grazie a un generoso regalo del maestro delle scuole elementari.
Passo a elencare gli autori e le opere citate perché possono essere un'utile lista di letture nutrienti per chi è ancora in età scolare e anche per gli adulti che non devono smettere mai di imparare. Cito in ordine di successione i capitoli contrassegnati da segmenti di anni; tra virgole basse si intendono singoli componimenti all'interno di una raccolta di poesie.

  1926 - Anno che sulla terra entra in scena Bonfiglio Liborio
Juan Rulfo, «Macario», La pianura in fiamme.
Laurence Sterne, Tristram Shandy.

  1927 ... 1943
Cesare Pavese, «Mattino».

  Ottobre 1943
Camillo Di Benedetto, «Fronne d'autunno».

  1944 ... 1946
Charles Upton, Panic Grass.

  1947 ... 1956
Nazim Hikmet, «Su un viaggio».

  1956 ... 1963
T. S. Eliot, Quattro quartetti.

  1964 ... 1966
Domenico Brancale, Per diverse ragioni.

  1966 ... 1968
Francesco Paolo Memmo, «Altri anni».

  1969 ... 1977
Giulio Stocchi, Compagno poeta.

  1977 ... 1985
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River.

  1986 ... 2000
Vincenzo Rabito, Terra matta.

  2001 ... 2006
Franco Fortini, Al poco lume.

  2007 ... 2009
Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile.

  2010
Gabriel García Márquez, Vivere per raccontarla.

 

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III. La lingua

Il piacere del testo risiede nell'impasto linguistico con cui la confessione biografica avviene. L'origine geografica dell'autore si ripercuote sulla lingua della prosa, pronta nella sua oralità ad appigliarsi ai relitti di parole perdute del dialetto materno - insieme a certa cultura materiale -, per continuare a credere in qualcosa «tra tanti sogni andati al macero» (dal risvolto). In particolare bisogna distinguere all'interno del dialetto regionale la varietà frentana o lancianese, a sua volta carica di blasone perché fu la "parlata" utilizzata dal lessicografo per passione Gennaro Finamore nella compilazione della seconda edizione del Vocabolario dell'uso abruzzese.10
La patina linguistica regionale a fini di realismo può essere considerata emula di quanto Andrea Camilleri ha compiuto con il siciliano dei gialli di Montalbano. Lì i "sicilianismi", come qui gli "abruzzesismi", sono tuttavia usati con una forma normalizzata rispetto all'italiano ortografico, che in qualche modo li nobilita, o li stempera, anche nella pronuncia. Per esempio si trovano le aferesi del tipo spedale; le apocopi come Libbò, maddò (per "ma dove"). Il protagonista dovendo accennare alla famosa legge del 1958 che pose fine alle case chiuse, la chiama "Merlino" per epitesi dialettale. Quando vuole fumare si procura una "sturlazza", con storpiatura e adattamento alla grafia italiana della pronuncia del marchio Starlight delle sigarette americane fumate dai soldati delle truppe alleate. Un lessico meticciato fra dialetto e italiano parlato, con una sintassi sgrammaticata e fluente, come fosse la sbobinatura di un documentario in presa diretta, con interviste e colloqui di stile "indiretto libero". Il lungo memoriale - per stare a un altro titolo importante del genere della letteratura sull'industria e nelle fabbriche11 - dalla parte della cocciamatte, di un balengo (scil. persona ingenua) che ha modo di assistere a fenomeni epocali della società e di partecipare in prima persona ad alcuni di essi, ha richiesto all'autore Rapino un'impresa stilistica notevole, intenta com'è nella trascrizione del dettato di Liborio, solo apparentemente caratterizzato da un registro sintattico semicolto spontaneo e sciatto, il quale in realtà è sapientemente e faticosamente (ri)creato ex novo.
I dialettismi svolgono anche una funzione di colore ambientale: "truzzo" (scil. stupido, provinciale) è utilizzato nelle pagine che descrivono il periodo trascorso nella Milano del "bum" economico - periodo quest'ultimo chiamato a volte dagli storici "miracolo". Il vernacolo "ricchione" diventa "busone" a Bologna; mentre il romagnolo di Bagnacavallo è definito una «parlata tutta sciué sciué che pareva che cantavano quando parlavano» (p. 103). In realtà la vera scuola dei dialetti d'Italia uno la faceva sotto la naja, che Liborio fa in Friuli, dove entra in contatto con «una parlata strana che non ci si capiva niente anche se stavi attento [...] che se non capisci le parlate un poco strauss è come essere muti e sordi» (p. 82). «Ci stavano giovanotti di tutte le parti, napoletani, siculi, sardagnoli, i di più a maggioranza erano pugliesi che mi stavano pure più simpatici e compagnoni» (p. 66).
Il motto dantesco: «Capo ha cosa fatta» (Inf. XXVIII 107) o le citazioni di arie operistiche verdiane, «che a memoria me le ricordavo le parole tante le volte che l'avevo sentito alle feste con la banda sotto la cassarmonica, mentre che mangiavo nocelle calde e bevevo birra fredda» (p. 184), sono riferimenti a una cultura ed erudizione di fondo che sono dell'autore, il quale riusa tali scorie da linguaggio dotto e professorale come materiali d'epoca e autoctoni per ricreare l'aria del tempo o di un ambiente, il brusio della quotidianità, in una città o nella provincia del Ventesimo secolo.
Alla cultura classica rimanda l'epiteto volutamente reiterato di tipo omerico che accompagna l'anti-eroe epico Liborio, che potrebbe essere considerato un nuovo Tersite. Così come Ulisse è sempre politropo, Liborio è descritto più volte con «gli occhi, che una volta mia madre mi diceva che erano uguali a quelli di mio padre» (p. 47 e passim), caratteristica che verrà ribadita anche nell'iscrizione sulla lapide.
Può darsi che la libertà della poesia - per natura più adatta all'escursione dialettale -, alla quale Rapino è adusato, si sia travasata nella prosa di romanzo, con gli effetti della colloquialità richiesta ad uno scartafaccio scritto di getto, in base a come i ricordi si affollano alla mente. Si pensi alle figure retoriche della poesia; alle licenze poetiche; a certe onomatopee di sapore palazzeschiano12 o futurista, ma che in Liborio sono soprattutto patologicamente rumori che egli avverte nella testa come "segno nero" di alienazione e forse pazzia. Non mancano alcune occorrenze di scritte sui muri, riportate in maiuscolo; anch'esse fanno cronaca in quanto sono messaggi grafici della vita quotidiana che la nostra vista assuefatta cattura anche non volendo, in modo subliminale. Come accade per il repertorio delle sentenze e dei detti di saggezza popolare e contadina: «Passa oggi e passa domani...» (p. 204).
Una sospensione di regole di scrittura che si addice al «carnevale di questo secolo» (dal risvolto). Le brachilogie sintattiche, l'assenza di consecutio temporum e di virgolette per i brani di discorso riferito sono il lievito di questo Blob narrativo:

«Una volta mi sono morto di risate quando un vecchietto simpatico però voleva fare i complimenti al maestro dopo che aveva suonato la Traviata e il maestro un poco vergognoso gli aveva detto che veramente aveva suonato il Rigoletto e il vecchietto senza fare una piega gli aveva dato la mano e aveva detto Meglio ancora!» (p. 39).

Il nome della città natale di Liborio non viene mai fatto, ma essa è riconoscibile nei dettagli topografici e odonomastici: «per risalire il vicolo [altrove detto ruvo] dove stava casa mia» (p. 31); la festa patronale di metà settembre con le processioni per la Madonna del Ponte, quando «la banda si arrampicava per i gradoni dei vecchi quartieri [...], che si partiva dalla piazza e alla piazza si tornava» (p. 40); la Casa di Conversazione che dà sulla piazza; la barberia di De Angelis Girolamo all'inizio dei portici nuovi del 1927; i rapporti della città con il contado: «i muratori e i cafoni quando questi risalivano dalle contrade a vendere le cose della campagna» (p. 8).
In fondo al libro si trova un Glossario (pp. 253-265), come nelle migliori edizioni critiche dei testi letterari delle nostre Origini. Risulta utile per il lettore non avvezzo al dialetto lancianese, fornendo l'equivalente in lingua di parole vernacole che il dialettofono protagonista usa nella narrazione. Estraggo i primi tre lemmi: abballo - giù; abbirrutato - avvolto; abbottarsi - riempirsi, non accontentarsi, saziarsi oltre il limite.
La ricerca di precedenti - seguendo quella linea nelle patrie lettere che Gianfranco Contini chiamò di pluristilismo e plurilinguismo - ci porterebbe addirittura a Dante e ai poeti siciliani, insomma alle origini dell'italiano: «il miracolo di una lingua imprevedibile, storta e circolare, a metà tra tradizione e funambolismo» (dal risvolto).
Una prosa dunque punteggiata e impreziosita da grumi di poesia, nella migliore tradizione prosimetrica della nostrana letteratura. Liborio può riuscire poeta perché è un'anima candida, uno con la mente ancora da "fanciullino", e Rapino non si lascia scappare l'occasione di queste opportunità mimetiche per delle accensioni liriche, che rivelano il gusto di Rapino lettore di poesia e la grana stilistica dello scrittore di versi. «Questo tormento della solitudine che si arrampica come un lucertolone per le muraglie» (p. 165).
L'ultimo capitolo è un Amen in versi, con esergo da Neil Gaiman, Coraline: «Le persone hanno dei nomi. Questo perché non sanno chi sono», il quale ci fa riflettere sulla sequenza del "cognome nome" usata nel titolo e per tutti i personaggi del romanzo, quasi a ricreare la neutralità della burocrazia. Nomi estratti da asettiche liste di anagrafe o dai registri di classe scolastici, prima che vite vissute nell'individualità irripetibile di "vita, morte e miracoli".
Identità ignote ed evanescenti di "poveri cristiani" destinati al ricordo post mortem affidato a una sequenza - questa volta nella forma individualizzante di un nome-e-cognome - di una manciata di lettere d'oro apposte sulla lapide dal marmista; anzi solo dipinte in «una verniciatura d'oro» (p. 249) onde evitare che vengano rubate, «che dopo si legge meno di niente» (p. 250).
Un oblio, un furto di identità, sventato dall'intervento provvidenziale di un poeta o di un romanziere che con mestiere ed arte, ma nel caso di Remo Rapino con il valore aggiunto della pietas filiale, sa trovare «Poi la parola [che] si torce / come serpe inchiodata dalla canna».13

 

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IV. Bibliografia

  • Bianciardi, Luciano - Il lavoro culturale, Milano, Feltrinelli, 1957.
  • Cassini, Marco - Refusi: diario di un editore incorreggibile, Roma-Bari, Laterza, 2008.
  • Cirillo, Andrea - Nichel: la letteratura italiana contemporanea secondo Minimum fax, Milano, Unicopli, 2015.
  • Ferretti, Gian Carlo - Il mercato delle lettere, Milano, Il Saggiatore, 1994.
  • Tortorelli, Gianfranco - Contromano: storia della minimum fax dal 1993 al 2008, Bologna, Pendragon, 2010.

 

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V. Sitografia

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