Mia Couto
Risvegliamo la Parola!
Linguaggio e partecipazione civica nel Mozambico di oggi

 

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Sommario
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
La frontiera della cultura
Quel che siamo stati. Un ritratto fatto in prestito
Che cosa siamo. Uno specchio alla ricerca della sua immagine
Una lingua chiamata "sviluppa-menti"
L’essere un mondo – Alla ricerca di una famiglia
Cosa vogliamo e cosa possiamo essere
La cultura e l’economia – Che cosa possiamo fare?



§ II. Quel che siamo stati. Un ritratto fatto in prestito

I. La frontiera della cultura

Per anni ho insegnato in diverse facoltà dell’Università "Eduardo Mondlane" (Mozambico). I miei colleghi spesso si lamentavano della crescente impreparazione degli studenti. Io notavo in questi giovani qualcosa che, per me, era ancora più grave: un crescente distanziarsi dal loro paese. Quando uscivano da Maputo, si comportavano come chi stesse emigrando verso un universo insolito e avverso. Non conoscevano le lingue locali, ignoravano i codici culturali, si sentivano fuori posto e pieni di nostalgia. Alcuni di loro vivevano gli stessi fantasmi degli esploratori coloniali: le bestie feroci, i serpenti, i mostri invisibili. Ma quelle zone rurali erano il luogo dove erano vissuti i loro nonni e tutti i loro avi. Essi, però, non si riconoscevano come eredi di quel patrimonio. Il loro paese era un altro. Peggio ancora: a loro non piaceva quest’altra nazione. E ancor più grave: provavano vergogna di appartenerle. La verità è semplice: questi giovani si sentono più a loro agio dentro a un video-clip di Michael Jackson che nel cortile di un contadino mozambicano.
Ciò che sta accadendo – e questo sembra inevitabile – è che stiamo creando cittadinanze diverse dentro il Mozambico. Ne esistono varie categorie: ci sono gli urbanizzati, abitanti della città alta, quelli che si sono recati più spesso a Nelspruit (Sudafrica) che nei dintorni della loro città. Poi ci sono quelli che abitano in periferia, quelli della cosiddetta città bassa. E ci sono ancora gli abitanti della campagna, quelli che sono un'immagine sfocata del ritratto nazionale. Questi ultimi sembrano condannati a non avere un volto né una voce, se non quella di altri.
La creazione di diverse cittadinanze (o, ancor più grave, di diversi livelli della stessa cittadinanza) può essere problematica se non c’è capacità di mantenere un dialogo tra questi differenti segmenti della nostra società. La domanda è: questi differenti Mozambichi parlano forse fra di loro? La nostra ricchezza deriva dalla disponibilità che abbiamo nell’aprirci a scambi culturali. Questa magia nasce dalla nostra abilità di avere contatti culturali e di produrre legami inter-razziali. Questa magia nasce dalla capacità di essere noi stessi, pur essendo altri. Sto parlando qui di un dialogo molto particolare, al quale raramente si allude. Mi riferisco a quel dialogo che abbiamo con i nostri fantasmi. Il tempo ha modellato la nostra anima collettiva servendosi di tre materiali: il passato, il presente e il futuro. Non uno di questi sembra essere stato fatto per un utilizzo immediato. Il passato fu imballato male e ci arriva deformato, carico di miti e preconcetti. Il presente arriva con vestiti presi in prestito. E il futuro è stato richiesto per interessi che ci sono estranei.
Non dico nulla di nuovo: il nostro paese non è povero ma è stato impoverito. La mia tesi è che l’impoverimento del Mozambico non ha inizio nelle ragioni economiche. Il maggior impoverimento deriva dalla mancanza di idee, dall’erosione della creatività e dall’assenza interna di dibattito. Più che poveri ci ritroviamo infecondi. Voglio ragionare su queste tre dimensioni del tempo solamente per scuotere un po’ di polvere. Cominciamo con il passato. Per constatare, infine, che tale passato ancora non è trascorso.

 

§ III. Che cosa siamo. Uno specchio alla ricerca della sua immagine Torna al sommario dell'articolo

II. Quel che siamo stati. Un ritratto fatto in prestito

Il colonialismo non morì con le indipendenze. Cambiò di turno e di esecutori. Il colonialismo attuale prescinde dai coloni e si fa indigeno nei nostri territori. Non solo si è naturalizzato, ma è passato a essere co-gestito in una società di ex-colonizzatori e ex-colonizzati.
Gran parte dell’immagine che abbiamo del passato del nostro paese e del nostro continente si basa sugli stessi presupposti che furono la base della storia coloniale – o meglio – della storia colonizzata. Si è messo semplicemente un segno positivo là dove il segno era negativo. Persiste l’idea che l’Africa precoloniale fosse un universo a-temporale, senza conflitti né dispute, un paradiso fatto di sola armonia. Tale immagine romantica del passato, alimenta l’idea riduttrice e semplicistica di una condizione presente in cui tutto sarebbe buono e procederebbe a meraviglia, se non fosse per l’interferenza esterna. Gli unici colpevoli dei nostri problemi devono essere cercati all’esterno. Mai all’interno. I pochi cattivi, che stanno dentro, è perché sono agenti di quelli che stanno fuori.
Questa visione era già presente nel discorso della lotta armata quando si descrivevano i nemici come "infiltrati". Succedeva così, nonostante l’avviso del poeta che diceva: «non è sufficiente che sia pura e giusta la nostra causa, è necessario che la giustizia e la purezza siano dentro di noi». Le nostre fila a quel tempo, erano viste come fossero formate soltanto da gente pura. Se c’era macchia, questa veniva da fuori, là dove abitava il nemico. Il modo manicheo e semplificatore con il quale fu redatto il cosiddetto "tempo che passò" ebbe, però, un’altra conseguenza: fece persistere l’idea che l’unica ed esclusiva responsabilità della creazione della schiavitù e del colonialismo è degli europei. Quando i navigatori europei iniziarono a riempire di schiavi le loro navi, non stavano inaugurando il commercio di creature umane. La schiavitù era già stata inventata in tutti i continenti. Praticavano la schiavitù gli americani, gli europei, gli asiatici e gli stessi africani. La schiavitù fu una invenzione della specie umana. Ciò che accadde fu che il traffico di schiavi si convertì in un sistema globale e tale sistema si sviluppò in modo da arricchire il suo centro: l’Europa e l’America. Il colonialismo fu un altro disastro la cui dimensione umana non può essere alleggerita. Ma, come per lo schiavismo, anche nella dominazione coloniale ci fu del marcio dal di dentro. Varie élites africane furono conniventi e beneficiarie di questo fenomeno storico. Perché sto parlando di questo? Perché credo che la Storia ufficiale del nostro continente sia stata soggetta a diverse falsificazioni. La prima, e la più incivile, fu destinata a giustificare lo sfruttamento che fece arricchire l’Europa. Ma a questa seguirono altre falsificazioni, alcune delle quali destinate ad occultare le responsabilità dell’interno, a lavare la cattiva coscienza di quei gruppi sociali africani che parteciparono, sin dall’inizio, all’oppressione dei popoli e delle nazioni dell’Africa. Questa lettura deturpata del passato non è soltanto una scappatoia teorica. Essa arriva a fomentare un atteggiamento di eterno vittimismo, suggerisce falsi nemici e alleanze basate su falsi principi. È importante che si faccia nuova luce sul passato perché ciò che succede oggi nei nostri paesi non è altro che l’attualizzazione di connivenze antiche tra la "mano-da-dentro" e la "mano-da-fuori". Stiamo rivivendo un passato che ci giunge così distorto da non essere in grado di riconoscerlo. Non siamo molto lontani dagli studenti universitari che, quando escono da Maputo, già non si riconoscono come successori dei più vecchi.

 

§ IV. Una lingua chiamata "sviluppa-menti" Torna al sommario dell'articolo

III. Che cosa siamo. Uno specchio alla ricerca della sua immagine

Se il passato ci arriva deformato, il presente sfocia nella nostra vita in maniera incompleta. Alcuni vivono questa situazione come un dramma. E, presi dal panico, vanno in cerca di quel che chiamano la nostra identità. Il più delle volte questa identità è una casa ammobiliata da noi, ma i mobili e la stessa casa furono costruiti da altri. Altri ancora, pensano che l’affermazione della propria identità nasca dalla negazione dell’identità degli altri. Quel che è certo è che l’affermazione di ciò che siamo si basa su innumerevoli equivoci. Dobbiamo affermare ciò che è nostro, dicono alcuni. E hanno ragione. In un momento in cui l’invito è di essere tutti americani, questo appello ha tutta la ragione di essere. Pertanto, ha senso affermare ciò che è nostro. Ma la domanda è: che cosa è veramente nostro?

 

§ V. L’essere un mondo – Alla ricerca di una famiglia Torna al sommario dell'articolo

IV. Una lingua chiamata "sviluppa-menti"1

È questo che mi preoccupa: più che incentivare un pensiero innovativo e creativo, stiamo lavorando a livello di ciò che è superficiale. Tecnici e specialisti mozambicani stanno riproducendo il linguaggio degli altri, linguaggio preoccupato di risultare gradito e di fare bella figura nei gruppi di lavoro. Si tratta di un godimento, di un gioco di apparenze, alcuni di noi sembrano ben preparati perché sanno parlare tale lingua, il desenvolvimentes. Messi di fronte alla ricerca di soluzioni ben meditate per le questioni nazionali, siamo persi così come lo è qualsiasi altro cittadino comune. Parole chiave come "buon governo", responsabilità (accountability), società, sviluppo sostenibile, attualizzazione istituzionale, visibilità e monitoraggio, equità, avvocatura, tutte queste parole di moda aggiungono un grande plusvalore (ecco un’altra parola di moda) alle cosiddette "comunicazioni" (si deve dire preferibilmente "papers"). Si devono però evitare traduzioni letterali altrimenti ci accadrà quel che è successo a quel conferenziere che, per evitare di dire che avrebbe fatto una presentazione in power-point, finì col dire che avrebbe fatto una presentazione in ponta potente (punta potente). Cosa che potrebbe suggerire interpretazioni maliziose.
Il problema del desenvolvimentes è che invita a pensare solamente a ciò che è stato già pensato da altri. Siamo consumatori e non produttori di pensieri. E non è stata solo una lingua che abbiamo inventato: si è creato un esercito di specialisti; alcuni, con nomi curiosi, ho avuto modo di vederli in svariate occasioni: specialisti in risoluzioni di conflitti, moderatori di conferenze, esperti in workshop, in avvocatura, ingegneri politici. Stiamo impegnando le nostre migliori risorse umane in qualche cosa sulla cui utilità dobbiamo interrogarci.
La grande tentazione di oggi è di ridurre gli argomenti alla loro dimensione linguistica. Parliamo, e avendo parlato, pensiamo di aver agito. Molte volte la stessa parola ha già danzato con svariatissimi partner. Tanto che ormai non esiste festa senza che certe espressioni aprano le danze. Una di queste parole è la "povertà". La povertà ha già danzato con un compagno che si chiamava "il decennio contro il sottosviluppo". Un altro ballerino si chiamava "lotta assoluta contro la povertà". Adesso, la povertà danza con qualcuno che si chiama "lotta contro la povertà assoluta". Un altro caso è quello del "popolo". Il popolo si è specializzato soprattutto in balli in maschera. Già si mascherò di "masse popolari". Già fu "masse lavoratrici". Dopo, fu "popolazione". Adesso, danza con la faccia di "comunità locali". La verità è che siamo ancora molto ignoranti sulle dinamiche attuali, sui meccanismi vivi e funzionali che questo tal popolo inventa per sopravvivere. Sappiamo poco su temi di urgente e primordiale importanza. Ne cito solo alcuni: la vitalità del commercio informale (più che commercio è tutta una economia informale), i meccanismi di scambio tra le famiglie rurali e la loro succursale urbana, il ruolo della donna in questa rete di scambi invisibili, del transito transfrontaliero delle merci (chiamato mukero). Come si può vedere, non sono solo i giovani studenti che guardano all’universo rurale come se fosse un abisso. Anche per noi esiste un Mozambico che rimane invisibile. Più grave ancora di queste omissioni, è l’immagine che si è creata per sostituire la realtà. È luogo comune l’idea che lo sviluppo sia il risultato cumulativo di conferenze, workshop, e progetti. Non conosco nessun paese che si sia sviluppato con i progetti. Chi legge i giornali verifica come sia radicata tale credenza. È un atteggiamento che più che altro dimostra l’attitudine a chiedere che prevale tra noi: sono gli altri (nel linguaggio moderno: stakeholders) che hanno l’obbligo storico di toglierci dalla miseria.
È qui che la questione si colloca – qual è la cultura della nostra economia? Qual è l’economia della nostra cultura? O per dirla in modo più rigoroso: come le nostre culture dialogano con le nostre economie?

 

§ VI. Cosa vogliamo e cosa possiamo essere Torna al sommario dell'articolo

V. L’essere un mondo – Alla ricerca di una famiglia

Ad una conferenza cui ho partecipato quest’anno in Europa, qualcuno mi chiese: "Che significa per Lei essere africano?" A mia volta, gli chiesi: "E per Lei, che significa essere europeo?" Egli non sapeva cosa rispondere. È anche vero che nessuno sa cosa significhi esattamente africanità. In questo ambito ci sono molti fronzoli, molto folclore. Alcuni dicono che "tipicamente africano" è chi ha un peso spirituale maggiore. Ho udito dire che noi, africani, siamo diversi dagli altri perché diamo molto valore alla cultura. Un africanista, in una conferenza a Praga, disse che ciò che media (o interviene) nell’africanità è un concetto chiamato ubuntu e che questo concetto dice che "io sono gli altri". Ora tutti questi presupposti mi paiono vaghi e prolissi, tutto ciò sorge perché si prende come sostanziale ciò che è storico. Le definizioni affrettate di africanità si fondano su una base esotica, come se gli africani fossero particolarmente differenti dagli altri, o come se le loro differenze fossero il risultato di un dato essenziale. L’Africa non può essere ridotta ad una entità semplice, facile da capire. Il nostro continente presenta profonde differenze e complessi mestiçagens (incroci di razze). Lunghe e irreversibili mescolanze di culture hanno modellato un mosaico di differenze, che sono uno dei più preziosi patrimoni del nostro continente. Quando citiamo tali mestiçagens parliamo con un po’ di timore come se il prodotto ibrido fosse qualche cosa di meno puro. Ma non esiste purezza quando si parla di specie umana. I signori dicono che non c’è economia attuale che non si radichi in scambi. Non c’è cultura umana che non si basi saldamente su profondi scambi di anima.

 

§ VII. La cultura e l’economia – Che cosa possiamo fare? Torna al sommario dell'articolo

VI. Cosa vogliamo e cosa possiamo essere

In Sudafrica, nel 1856, un celebre sangoma2 di nome Mhalakaza, affermò con forza che gli spiriti degli avi gli avevano trasmesso una profezia. Un grande rinnovamento sarebbe avvenuto e gli inglesi sarebbero stati espulsi. Perché questo avvenisse, il popolo Xhosa avrebbe dovuto distruggere tutte le sue mandrie e tutti i suoi campi coltivati. Questo sarebbe stato il segnale di fede affinché dalle profondità della terra, germogliasse ricchezza e abbondanza per tutti. Mhalakaza riuscì a convincere i sovrani del regno della veridicità di tale visione. Il capo Sarili, della casa reale dello Tshawe, proclamò la profezia come dottrina ufficiale. Al di là della visione dell’indovino, Sarili aveva una strana convinzione: pensava che i russi fossero gli avi degli Xhosa e sarebbero stati loro, i russi, a germogliare dalla terra d’accordo con la promessa rinascita. Tale idea nasceva perché i monarchi Xhosa avevano udito parlare della guerra di Crimea e del fatto che i russi stavano combattendo contro gli inglesi. Si diffuse rapidamente l’idea che i russi, dopo aver vinto gli inglesi in Europa, sarebbero giunti a espellerli anche dall’Africa del Sud. E ciò che è ancora più curioso: era certo che i russi fossero neri, secondo il presupposto che tutti quelli che si opponevano al dominio britannico erano di razza negra. Non mi dilungo sull’episodio storico. La realtà fu che dopo la scomparsa delle mandrie e dell’agricoltura, la fame decimò più di due terzi del popolo Xhosa. Si era consumata una delle maggiori tragedie di tutta la storia d’Africa. Approfittò di questo dramma l’ideologia coloniale, come prova della dimensione della credulità tra gli africani. La realtà è che questa storia è ben più complessa di una semplice questione di credenze. Dietro questo scenario si volevano occultare gravi dispute politiche. Nella monarchia Xhosa si creò una forte dissidenza contro questo suicidio collettivo. Ma rapidamente fu dato a tale gruppo il nome di "infedeli" e una forza militare denominata i "credenti" fu creata per reprimere quelli che erano in disaccordo.
È evidente che questa storia, purtroppo reale, non può essere ripetuta oggi nelle stesse forme e dimensioni. Lascio, però, a ciascuno la possibilità di individuare paralleli con situazioni attuali, siano esse nella nostra regione australe, in Africa, o nel mondo. Apprendisti stregoni continuano a costruire profezie messianiche e attrarre con inganno e severità popolazioni intere verso la sofferenza e la disperazione. Mi affligge la facilità con la quale andiamo al traino di idee e concetti sconosciuti. Invece di interrogarli scientificamente e di valutare il loro adeguamento culturale, ci trasformiamo in funzionari di servizio, casse di risonanza di tamburi prodotti nelle istanze dei poteri politici.

 

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VII. La cultura e l’economia – Che cosa possiamo fare?

Ciò che possiamo fare è interrogarci senza timore e dialogare con spirito critico. Purtroppo, il nostro ambiente di dibattito si rivela povero. Più grave ancora, esso si è rivelato perverso: invece di confrontare idee, si aggrediscono verbalmente le persone. Ciò che possiamo fare con i concetti socioeconomici è riprodurre quello che fu fatto con la capulana3 e con la manioca. E adesso con la lingua portoghese. Facciamoli diventare nostri, perché noi li abbiamo sperimentati e noi li abbiamo vissuti. Come una parentesi, vorrei fare qui riferimento a qualche cosa che assume lo statuto di "poca-vergogna". Ho già visto persone rispettabili sostenere la tesi della accumulazione primitiva del capitale giustificando il comportamento criminoso di alcuni dei nostri nuovi ricchi. Questa non è solo ignoranza: è malafede, assenza completa di scrupoli morali e intellettuali. Oggi stiamo costruendo la nostra modernità. Il discorso economico non può essere la religione di questa nostra modernità, né l’economia può essere l’altare davanti al quale noi ci inginocchiamo. Non possiamo dare a degli specialisti il diritto di guidare le nostre vite personali e i nostri destini nazionali. Ciò che più ci manca in Mozambico non è la formazione tecnica, non è l’accumulazione del sapere accademico. Ciò che più ci manca è la capacità di generare un pensiero originale, un pensiero sovrano che non vada al traino di ciò che altri già hanno pensato. Liberiamoci da ciò che alcuni già definirono la dittatura dello sviluppo. Noi vogliamo avere una forza patriottica che ci avvisi dei pericoli di una nuova evangelizzazione, e di una consegna cieca a questo nuovo messaggio messianico: lo sviluppo. (Nel quadro di questo idioma, il desenvolvimentes, si deve sempre parlare di "sviluppo sostenibile"). L’economista non è solamente colui che sa di economia. È colui che può uscire dal pensiero economico, colui che si libera dalla sua formazione per poi successivamente ritornare ad essa migliorato. Tale possibilità di emigrazione dalla sua condizione è fondamentale affinché possiamo avere economisti nostri che si distacchino dall’economia quel tanto per poterla interrogare. La situazione del nostro paese e del nostro continente è talmente seria che non possiamo continuare facendo finta di fare qualcosa. Dobbiamo fare. Dobbiamo creare, costruire alternative e disegnare cammini veri e credibili. Abbiamo bisogno di esercitare i diritti umani come il diritto alla tolleranza (ecco un’altra parola del vocabolario workshoppista) mantenendo l’accesso a un diritto fondamentale che è il diritto all’indignazione. Quando smetteremo di indignarci, staremo accettando che i poteri politici ci trattino come esseri che non pensano. Io parlo del diritto all’indignazione di fronte alla corruzione [mega-cabritismo], di fronte a crimini come quelli che uccisero Siba-Siba e Carlos Cardoso,4 di fronte all’idea che la disorganizzazione, il furto ed il caos siano parte integrante della nostra natura "tropicale". Il nostro continente corre il rischio di essere dimenticato, secondarizzato dalle strategie dell’integrazione globale. Quando dico "dimenticato" si penserà che mi riferisca all’atteggiamento delle grandi potenze. Invece mi riferisco alle nostre stesse élite che voltarono le spalle alle responsabilità verso i loro popoli; alla maniera in cui il loro comportamento predatore aiuta a denigrare la nostra immagine e ferisce la dignità di tutti gli africani. Il discorso di gran parte dei politici è costituito di luoghi comuni, incapaci di intendere la complessità della condizione dei nostri paesi e dei nostri popoli. La demagogia facile continua a sostituire la ricerca di soluzioni. La facilità con la quale dittatori si appropriano dei destini di nazioni intere è qualche cosa che ci deve spaventare. La facilità con la quale si continua a spiegare errori del presente, attraverso la colpevolezza del passato, deve essere una nostra preoccupazione. È vero che la corruzione e l’abuso di potere non sono, come qualcuno pretende, una esclusiva del nostro continente. Ma il margine di manovra che concediamo ai tiranni è spaventosa. È urgente ridurre i territori dell’ostentazione, dell’arroganza e dell’impunità di coloro che si arricchiscono a forza di furti. È urgente ridefinire le premesse della costruzione di modelli di gestione che escludano coloro che vivono nell’oralità e nella periferia della logica e delle razionalità europee.
Tutti noi, scrittori ed economisti stiamo vivendo con perplessità un momento molto particolare della nostra storia. Sino a qui il Mozambico ha creduto di esimersi da una riflessione radicale sui suoi propri fondamenti. La nazione mozambicana ha conquistato un senso epico nella lotta contro mostri esterni. L’inferno era sempre fuori, il nemico era sempre al di là delle frontiere. Ian Smith, l’apartheid, l’imperialismo. Il nostro paese faceva, alla fine, ciò che facciamo nella nostra vita quotidiana: inventiamo mostri per inquietarci. Ma i mostri servono anche per tranquillizzarci. Ci dà tranquillità sapere che loro abitano fuori da noi. Improvvisamente, il mondo è cambiato e siamo obbligati a cercare i nostri demoni dentro casa. Il nemico, il peggiore dei nemici, sempre fu dentro di noi. Scopriamo questa verità tanto semplice e rimaniamo da soli con i nostri fantasmi. E ciò non è mai accaduto prima. Questo è un momento di voragine e disperazione. Può essere però, al tempo stesso, un momento di crescita. Confrontati con le nostre più profonde fragilità, tocca a noi creare un nuovo sguardo, inventare nuove parlate, provare altre scritte. Rimaniamo sempre più soli con la nostra responsabilità storica di creare un’altra storia. Non possiamo mendicare al mondo un’altra immagine. Non possiamo insistere in un atteggiamento appellativo. La nostra unica via d'uscita è continuare il difficile e lungo cammino di conquistare un luogo degno per noi e per la nostra patria. E questo luogo non potrà che essere creato da noi.

 

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Bollettino '900 - Electronic Newsletter of '900 Italian Literature - © 2004-2005

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Giugno-dicembre 2004, n. 1-2