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Silvia Cavalieri
Nota su Mia Couto: Uno sguardo sul Mozambico contemporaneo
I. Uno sguardo sul Mozambico contemporaneo
Scorrendo, anche rapidamente, la storia del Mozambico – ai tempi della colonizzazione portoghese e dopo l’indipendenza ottenuta il 25 giugno 1975 – si rimane immediatamente colpiti dalla costante ingerenza straniera nelle vicende di questa terra: a vari livelli e per motivazioni differenti la presenza internazionale nella nazione – presenza politica, economica o umanitaria che fosse – è sempre stata di importanza determinante e ha, fra le altre cose, penalizzato la possibilità di attecchimento di iniziative realmente autoctone, tanto che, analizzando la situazione attuale del paese, lo storico Chris Alden osserva come sia lecito chiedersi, a un certo punto, quale sia il ruolo della maggior parte dei mozambicani all’interno del loro stesso stato.1 La società civile, inoltre, è sempre stata tenuta ben lontana dalla politica, anche attraverso l’applicazione di misure legali molto severe e con l’impiego capillare di una polizia estremamente ligia, sia ai tempi del colonialismo sia durante i governi della Frelimo (Frente de Libertação de Moçambique), almeno fino ai primi anni Novanta. Si è calcificata così una grave assuefazione all’inattività sociale e al dialogo democratico (fino agli accordi di pace del 1992 il governo mozambicano era monopartitico). La situazione è aggravata da un livello bassissimo di alfabetizzazione ed educazione scolastica, nonché dall’assenza di organizzazioni sindacali che, in altri paesi africani, hanno invece contribuito a dare voce alla popolazione e a coinvolgerla nel processo di costruzione dello stato nazionale.
La costituzione emanata nel 1990 trasforma, almeno formalmente, questa situazione sancendo una serie di libertà: il numero delle associazioni non-governative va incrementando notevolmente, dal 1990 (12) al 1999 (292), e opera attualmente in numerose aree, anche rurali. Si formano poi dei partiti civici, soprattutto all’interno delle maggiori aree urbane (Maputo, Beira e Nacala), che riescono a collocare alcuni dei loro candidati nei consigli locali, ma la sfiducia e il disinteresse nei confronti di una cosa pubblica la cui natura rimane misteriosa ai più sono profondamente radicati in gran parte della popolazione.
La firma dell’Accordo Generale di pace fra il governo mozambicano della Frelimo, da un lato, e i guerriglieri della Renamo (Resistência Nacional Moçambicana), dall’altro, avviene a Roma, il 4 ottobre 1992, dopo un lungo negoziato portato avanti grazie alla fondamentale mediazione della Comunità italiana di Sant’Egidio. Questa data è di importanza cruciale perché segna la fine di una guerra civile violentissima, in cui hanno trovato la morte quasi un milione di persone (se si considerano sia quelle uccise sul campo sia quelle morte per malattie collegate al conflitto o per la carestia), una guerra che ha visto un milione e mezzo di mozambicani riversarsi nelle nazioni limitrofe e circa tre milioni di persone profughe all’interno dei confini del paese, nel tentativo di sfuggire alle violenze delle bande armate. L’accordo di pace getta le basi per la rigenerazione di un paese che si stava avviando verso un collasso irreversibile, ma permangono gravi difficoltà e profonde contraddizioni: è la stessa complicata nascita dello stato-nazione che fomenta, in molti paesi africani, il conflitto, a causa della estrema eterogeneità etnico-linguistica ed etnico-religiosa. Non bisogna, inoltre, dimenticare il persistere di strutture governative tradizionali, a livello locale, che contrastano a loro volta la fondazione di una nazione unica e che, durante la guerra civile, hanno fomentato le popolazioni a favore dell’uno o dell’altro contendente, in nome di interessi strettamente localizzati, talora addirittura personali.
Un altro dato che contribuisce a rendere ancora più precaria la realizzazione di un governo effettivamente nazionale è il divario fra le condizioni di vita nelle campagne e quelle nelle città che, tra l’altro, è stato notevolmente accentuato dal primo governo indipendente della Frelimo organizzatasi, soprattutto a partire dal 1977, come un “partito d’avanguardia marxista-leninista” che intendeva realizzare un socialismo scientifico e intervenire attivamente in questioni internazionali, in particolare quelle legate ai regimi delle minoranze bianche in Sudafrica e nella Rhodesia del sud. Nel 1979, contro la Frelimo, allineata con l’Unione Sovietica e la Germania orientale, insorge la Renamo, appoggiata dal Sudafrica e dalla Rhodesia del sud (attuale Zimbabwe), allora governata dalla minoranza bianca guidata da Ian Smith.
Nel 1986, Samora Machel, il primo presidente della repubblica popolare mozambicana, muore in un incidente aereo in circostanze mai del tutto chiarite, e viene sostituito da Joaquim Alberto Chissano. Sotto il suo governo, il Mozambico, pur continuando a mantenere relazioni privilegiate con il blocco socialista, si avvicina anche ad alcuni stati occidentali che cominciano, fra le altre cose, a conferirgli un appoggio militare.
La trasformazione dell’economia mozambicana si concentra, in quegli anni, soprattutto sul settore industriale, considerato quello più dinamico e decisivo; il settore agricolo viene schiacciato dalle scelte di governo e questo fomenta un preoccupante malcontento e contribuisce ad allontanare ulteriormente le popolazioni rurali dai centri di potere. Le scelte economiche della Frelimo, aggravate da una serie di calamità naturali, da un contesto internazionale sempre meno propizio, dalla diffusa corruzione tra i dirigenti e, ovviamente, dalla sanguinosissima guerra civile, configurano in poco tempo una situazione a dir poco disastrosa.
Dopo la firma degli accordi di pace del 1992, si apre una fase di transizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite, che si conclude formalmente nel novembre del 1994. La partenza della missione ONU dal Mozambico ha, come si può facilmente immaginare, conseguenze consistenti, soprattutto perché coincide con l’apertura del mercato mozambicano agli investimenti stranieri, dinamizzante per l’economia del paese ma, al tempo stesso, minacciosa, perché rischia di ricostituire, sotto nuove forme, alcuni vincoli di matrice colonialista. Dal punto di vista politico c’è poi il grande problema della democratizzazione di un paese che non ha mai, in effetti, conosciuto un pluralismo dialettico: la percezione della democrazia pare in effetti, per ragioni diverse, essere piuttosto ostile sia per i quadri della Frelimo, che non possono che vedere l’avvento del multipartitismo nei termini di una perdita di preminenza negli affari interni, sia per quelli della Renamo, che continuano a identificare lo stato con la Frelimo, anche perché il relativo successo ottenuto alle elezioni del 1994 non si è tradotto in una rappresentanza concreta all’interno del nuovo governo.
Nelle elezioni del dicembre 1999 si contrappongono Chissano e Dhlakama, i due firmatari degli accordi di pace. Vince il primo, col 52.3%: la Frelimo ottiene così 133 posti nell’Assemblea Nazionale, mentre la Renamo 117. Le elezioni si svolgono però in un clima di tensione: le accuse di irregolarità elettorali, immediatamente respinte dalla Corte Suprema, innescano un estenuante dibattito all’interno dell’Assemblea Nazionale.
L’economia mozambicana si trova a dover raccogliere la duplice eredità delle devastazioni della guerra (40% degli immobili rasi al suolo o deteriorati, ancora più alte percentuali di linee ferroviarie distrutte, mandrie letteralmente decimate dalle carestie, esportazione dalle campagne ormai irrisoria, effetti della gravissima riduzione degli investimenti di imprenditori stranieri durante la vicenda bellica) e delle distorsioni dovute proprio alla presenza straniera, che ha talora disperso le energie in burocratiche nomenclature e in un susseguirsi di progetti, talora più teorici che reali, per avviare il paese verso un’economia di mercato. Al tempo stesso l’economia mozambicana sviluppa una gravissima dipendenza da capitali e interventi stranieri (il governo si è rivolto al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e alla Banca per lo Sviluppo Africano e ha richiesto gli aiuti di vari paesi occidentali, soprattutto la Francia, l’Italia e il Portogallo), l’inflazione ha toccato, nel 1994, picchi del 70% e la disoccupazione viene stimata intorno al 65%. Non mancano tuttavia alcuni segni di miglioramento: in particolare la ripresa economica del porto di Beira che ha influssi positivi anche sulla rete di trasporti di Maputo e contribuisce a rivitalizzare il cuore commerciale e industriale delle province centrali.
L’ingerenza internazionale crea, in ogni caso, gravi malcontenti, in particolare presso alcuni strati della popolazione, soprattutto perché è palese che il governo tenda ad accogliere a braccia aperte qualsiasi investimento sul suolo patrio, anche quelli a discapito delle popolazioni locali che si vedono talvolta spodestate dalle loro terre per fare spazio alla realizzazione di progetti ad alto investimento di capitali.
Il ruolo degli intellettuali e dell’informazione in questo contesto è molto complicato e i rischi per chi si espone continuano a esistere. Dopo la fine della guerra si assiste, inoltre, a un riflusso intimistico, una sorta di ritiro in un grigio disincanto, con rare eccezioni, fra le quali spicca senza ombra di dubbio l’autore che, oggi più di ogni altro, rappresenta la realtà culturale mozambicana anche all’estero: Mia Couto.
II. L’individuo-nazione verso una nazione di individui. Mia Couto o dell’originalità performativa
Non è certo assumendosi il ruolo di cantore ufficiale del suo paese che Mia Couto giunge a trasmettere il Mozambico in tutta la sua complessità – carnale, colorata, violenta, radiosa – e nella sua natura tragicamente vitale. I suoi racconti vogliono dar voce ai dimenticati della storia, trasmettere l’umano attraverso l’unicità di ogni individuo, ricostruendo così una terra come fosse un mosaico, senza mai pretendere di capirla in blocco o sintetizzarla o rappresentarla emblematicamente.
António Emílio Leite Couto nasce a Beira, il 5 luglio del 1955, da genitori portoghesi emigrati in Mozambico poco più di due anni prima. Il padre è dipendente delle ferrovie ma ben presto si mette in luce come poeta e giornalista di idee antifasciste, liberali e democratiche. La famiglia abita in vari quartieri di Beira: l’intera città si distingue per una straordinaria ricchezza di razze e culture: in particolare, nel rione popolare in cui nasce, il Maquinino, Mia Couto condivide le sue giornate soprattutto con bambini neri e qualche asiatico; il contatto ravvicinato fa sì che Beira si distingua anche per gravi episodi di discriminazione razzista che ricordano l’apartheid sudafricana.2
Questa conoscenza diretta del razzismo è una delle ragioni, secondo l’autore, che fece sì che molti giovani bianchi di formazione umanitaria che aderirono alla causa rivoluzionaria contro il colonialismo portoghese venissero proprio da Beira.
Nel 1971, Mia Couto si trasferisce a Lourenço Marques (oggi Maputo) per cominciare la facoltà di medicina che interrompe nel 1974 per dedicarsi a tempo pieno alla militanza politica, soprattutto come giornalista. Dopo la caduta del regime salazarista in Portogallo, il 25 aprile 1974, questi movimenti studenteschi si legano più strettamente alla Frelimo che ha guidato le lotte per l’indipendenza. Lavora dapprima nella redazione di «Tribuna», diretto da uno degli scrittori più importanti per la storia della letteratura mozambicana, Rui Knopfli; nel 1978, viene nominato direttore dell’Agenzia d’Informazione del Mozambico, dal 1979 lavora nella rivista «Tempo» e poi per le due testate congiunte di «Notícias» e «Domingos», che dirige. Queste esperienze a lungo andare lo lasciano gravemente insoddisfatto: il giornalismo convenzionale gli sembra incoerente, capace soltanto di una militanza timida e pronta allo spergiuro; d’altro canto però queste esperienze professionali gli permettono di esplorare il suo paese da cima a fondo e gettano le radici da cui si innalzerà la sua prosa rivoluzionaria, una lingua talmente nuova da giungere a essere considerata uno degli strumenti più efficaci per contraddistinguere la “comunità immaginata” della nazione mozambicana. Si dimette nel 1986 dall’incarico di direttore di «Notícias» e comincia a scrivere articoli con uno stile diverso, «manifestazione di un’urgenza creativa che rinnova il linguaggio in cui il cronista si consacra alla missione di trasmettere una parlata africana che non nega la capacità e il diritto di impossessarsi della lingua europea per trasformarla nell’espressione autentica di una cultura che è frutto di una mescolanza di valori a tutti i livelli».3 Le sue cronache, in parte tradotte in italiano,4 riattraversano il paese con uno sguardo nuovo e riescono finalmente a comunicarne le anime più profonde. Presentando la prima opera di Mia Couto tradotta in italiano per la sua collana, «La frontiera scomparsa» di Guanda, Luís Sepúlveda esprime proprio la gioia da lui provata davanti alla rivelazione, attraverso la scrittura di questo autore originalissimo, di un paese in cui era stato più volte ma che continuava a sfuggirgli.5 Mia Couto non si lascia scappare troppi commenti sulla sua poetica e sul suo stile:
«L’unica cosa che posso dire è che sto cercando di creare... bellezza, mostrare un po’ che cosa significa la possibilità di farsi una lingua propria. Di creare a partire dallo scompiglio di quello che è il primo strumento della creazione, che sarebbe poi la lingua, il linguaggio, e i modelli della narrativa».6
Nel 1985 Mia Couto decide di riscriversi all’università, a Biologia questa volta, materia in cui si laurea nel 1992.
Il primo vero successo letterario arriva nel 1986, quando la raccolta di racconti Vozes anoitecidas viene immediatamente esaurita e ripubblicata. Da allora l’attività letteraria diventa costante e Mia Couto pubblica romanzi, racconti, opere originali e adattamenti teatrali. Prosegue inoltre il suo impegno come cronista, sguardo consapevole di un Mozambico che continua a ricercare le sue radici in una costante apertura sul futuro. Non esistono confini né fini assolute: tutto si presentifica, nulla davvero si perde e tutto si confonde:
«Bisogna che mi capiate: noi non abbiamo la competenza per riordinare i morti nel luogo dell’eterno.
I nostri defunti non conoscono sistemazione definitiva: disubbidienti, invadono il nostro quotidiano, si infiltrano nel territorio dove la legge della vita dovrebbe dettare la sua legge esclusiva.
La conseguenza più seria di questa promiscuità è che la morte stessa, così poco rispettata dai suoi inquilini, perde il fascino dell’assenza totale. La morte smette di essere la differenza più incurabile e assoluta fra gli esseri».7

Bollettino '900 - Electronic Newsletter of '900 Italian Literature - © 2004-2005
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Giugno-dicembre 2004, n. 1-2
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