Irene Cacopardi
Università Clermont Auvergne

Intervista al collettivo letterario Joana Karda

 

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Diamo il benvenuto al collettivo Joana Karda con cui condivideremo un momento per ripercorrere l'inizio della sua avventura e il viaggio artistico e culturale intrapreso nel 2012. Qual è stato il percorso che vi ha condotto alla pubblicazione del romanzo Le molte vite di Magdalena Valdez (Besa Editrice, 2019)?

Claudia: Anche se in questo periodo non mi occupo assolutamente di scrittura, ricordo molto bene come è iniziata. Il progetto Joana Karda ha preso vita da un incontro tra me, Vanessa e Lolita durante un laboratorio di scrittura meticcia tenuto da Wu Ming 2. È lui che ci ha dato le prime indicazioni metodologiche e ci spinto a formare dei gruppi all'interno di questo gruppo più grande, composto da venti/venticinque persone. Noi tre ci siamo incontrate e abbiamo scritto un primo racconto, intitolato Schischok, mediato appunto da Wu Ming 2. È la storia di uno spiritello entrato in una casa dove abitavano: un guerico, un ragazzo spagnolo e una ragazza russa. Il personaggio di Schischok era un pretesto che doveva rappresentare lo spirito unificante di queste tre diverse culture. Durante il laboratorio ci eravamo divertite molto, il racconto era andato bene e allora abbiamo pensato: "perché non fare un romanzo?". Abbiamo così contattato Laila che conoscevamo. Io la conoscevo personalmente ma Vanessa e Lolita la conoscevano come autrice, perché aveva già pubblicato alcune cose, alcuni racconti. Ci siamo tuffate in questa nuova avventura: un'avventura molto lunga, molto intensa e impegnativa e che, credo, abbia prodotto un grande risultato, di cui io, personalmente, sono molto contenta. Rispetto al primo racconto Scischok, per Le molte vite di Magdalena Valdez abbiamo proceduto in maniera molto diversa.

Infatti, Schischok è un racconto breve, una novella. Come siete passate da questo racconto al romanzo? In termini metodologici, l'approccio è stato diverso: quali cambiamenti ci sono stati rispetto al primo lavoro?

Lolita: Provo a spiegare. Allora, il primo progetto è stato più divertente, più sperimentale. Ci siamo incontrate durante il laboratorio e anche fuori, ci siamo confrontate e lavorare insieme è stato forse più facile; forse perché eravamo in tre e, forse, perché il racconto era più breve e la metodologia meno complessa. Oggi mi sembra così, che è stato tutto più semplice, più divertente rispetto al romanzo. In questa seconda avventura, è stato difficile organizzare gli incontri fisici. Abbiamo lavorato sia on-line sia "faccia a faccia". Ci siamo incontrate in casa di Lella e sono stati incontri bellissimi, indimenticabili dove abbiamo lavorato mangiando insieme, chiacchierando... Era tutto diverso rispetto al racconto, anche per l'editing. Prima di tutto, ognuna di noi aveva i suoi personaggi, stendeva il testo, il racconto, la sua parte, e poi tutte noi facevamo l'editing; ognuna di noi dava anche la sua propria impronta e così durante tutto il percorso. La cosa più interessante e più intensa, durante la stesura del romanzo, era il confronto tra noi, per poter arrivare ad una scelta comune abbiamo fatto tanta strada e, in questo modo, abbiamo creato anche un nostro metodo, proprio perché man mano che andavamo avanti, ci venivano le idee.

Vanessa: Vorrei chiarire un punto sulla metodologia. Tra le due esperienze, la differenza più grossa è stata che per Schischok ognuna di noi aveva un personaggio mentre per Magdalena, ognuna di noi aveva un periodo della vita della stessa protagonista. Questa è una differenza piuttosto grossa ed è una delle ragioni per cui è stato più difficile: dovevamo passarci questa protagonista e riprenderla in mano. Tra l'altro, in modo molto ottimistico, all'inizio avevamo fatto una scaletta di cinque parti della vita di Magdalena perché c'era una quinta persona che doveva far parte del collettivo ma che, per una serie di motivi di incompatibilità con il resto del gruppo, poco dopo è uscita. Questo ha creato un vero problema per quelle di noi che avevano le parti posteriori nella cronologia e che avevano già iniziato a scrivere. Per tale ragione, abbiamo dovuto fare dei cambiamenti molto grossi sulla trama perché sostanzialmente abbiamo eliminato tutta una parte; quindi abbiamo dovuto ricambiare la scaletta e rimodificare delle parti che già erano state pensate e parzialmente scritte. Questo è avvenuto soprattutto per me e Claudia. Infatti, nel percorso geografico di Magdalena, Laila doveva scrivere la prima parte perché era in India, poi Lolita perché era in Russia; poi ci sarebbe dovuta essere un'altra parte tra la Russia e l'Italia perché c'era un'altra persona. Questa parte è stata invece eliminata. Abbiamo quindi dovuto trovare un modo per fare arrivare Magdalena in Italia in un modo diverso e le parti successive, quelle che si svolgono a Roma e a Trieste, sono state ovviamente modificate in funzione di questo grosso cambiamento della trama. Al di là del fatto che il progetto era più ampio, è stata questa situazione che ha reso l'avventura più complessa: mantenere una coerenza nel percorso della protagonista e nel trattamento del personaggio è stato laborioso.

Claudia: Il nostro lavoro, inoltre, non è stato una semplice scrittura. Si è trattato piuttosto di una riscrittura su una riscrittura, su un'altra riscrittura a livello collettivo. Le parole della persona che ha iniziato, sono state poi date alle altre quattro penne. Come diceva Lolita, i nostri incontri dal vivo erano molto interessanti perché c'erano questi enormi brain storming e editing collettivi. Il personaggio iniziato da una di noi, diventava poi di tutte, tramite la scrittura di noi tutte; credo che sia questo l'aspetto più interessante e arricchente. È molto facile scrivere da soli, si è al comando di tutto, si fa dire ai personaggi tutto quello che si vuole ma quando il testo passa attraverso le rielaborazioni di quattro penne diverse, il processo è più complesso. Io scrivo molto spesso in antologie, dove ogni autore interviene e partecipa con un suo racconto, questo è condividere un'idea; invece, condividere la parola, in questa maniera così profonda, penso che sia un arricchimento che nessun'altra esperienza di scrittura può dare.

A questo proposito, Wu Ming parla sempre della "mediazione a rialzo", della ricerca di un risultato che possa andare bene per tutto il gruppo e che sia il migliore al quale il gruppo potesse aspirare. Volevo sapere se siete d'accordo con questo approccio, se anche voi avete applicato questo metodo e se questo sia possibile solo se c'è una base di amicizia tra le persone.

Lolita: Penso che la cosa più importante in questo caso è stata che tutte noi abbiamo imparato a rinunciare alle nostre idee personali per arrivare a un risultato comune. È stata una cosa più difficile, forse, ma anche più stimolante perché, andando avanti, abbiamo visto il risultato. La persona che è dovuta uscire dal gruppo, purtroppo, non ha potuto fare questo passo, che, secondo me, è un passo di evoluzione anche rispetto alla relazione umana, al rapporto umano. Personalmente, questa avventura mi ha insegnato tantissimo anche per la mia vita privata, è stata un'esperienza, da questo punto di vista, molto importante.

Claudia: Anch'io credo in quello che dice Lolita e credo anche che ci debba essere una predisposizione. Prima, Irene, tu chiedevi se bisogna essere amiche. No, secondo me si può anche non essere amiche. Noi ci siamo conosciute facendo questo lavoro, siamo diventate amiche dopo ma probabilmente avevamo una predisposizione. Posso parlare ovviamente personalmente rispetto a questo progetto: era un desiderio che io avevo da sempre, quello di scrivere un romanzo collettivo. Era un mio desiderio, per questo mi ero iscritta al corso di Wu Ming 2, ero molto motivata e quindi ero predisposta. Avevo già capito che avrei dovuto abortire alcune mie idee e accoglierne altre che magari non piacevano più di tanto, sapevo che dovevo mediare in qualche modo e allora dove si trovava la mediazione la cosa funzionava. Tutte noi abbiamo dovuto mediare, delle volte anche con estrema sofferenza perché non è facile e credo che abbiamo sofferto un po' tutte in certi momenti. Però abbiamo accettato questa modalità, il solo fatto di accettarla ha implicato che continuassimo il lavoro. Impossibile invece per chi non poteva accettarla autoescludendosi da solo. Il fatto di aver insistito e di non esserci autoescluse significa che ci tenevamo, e solo in questo modo potevamo riuscire a raggiungere l'obiettivo.

Vanessa: Comunque con alti e bassi, ci abbiamo messo tanti anni...

Claudia: Te lo dico io: ci sono stati tutti gli anni della scrittura e poi, una volta che il romanzo era finito, per pubblicarlo ci abbiamo messo un sacco di tempo... Quattro anni per scriverlo, Vanessa, la pubblicazione due anni dopo.

Vanessa: In questi quattro anni ci sono state fasi più intense e fasi più diradate ma anche fasi di entusiasmo e fasi di frustrazione e fatica, bisogna dirlo. Per il resto, volevo solo confermare che anche secondo me questa esperienza è stata veramente formativa, poiché un esperienza di tale tipo aiuta a sviluppare per il resto della tua vita questa capacità, come dire, di "personalità multipla", per cui ogni volta che rileggi un tuo scritto, riesci meglio a vederlo con un occhio esterno. Probabilmente c'è chi ci riesce anche naturalmente, ma per uno scrittore resta difficile. Scrivere insieme è un esercizio utile, che rende capaci di rinunciare, di prendere un distacco, di essere più critici verso quello che si scrive.

Claudia: Secondo me, come diceva anche Lolita, la scrittura collettiva è un esercizio per la vita; aiuta davvero a collaborare e ad ascoltare gli altri, perché nella vita manchiamo un po' di ascolto ed è molto importante ascoltare gli altri. Ecco, sicuramente questo romanzo ha aiutato all'ascolto e alla collaborazione e anche alla rinuncia.

Laila: Per me è stato molto importante come esperimento, antropologico e sociale, soprattutto se inserito nella società italiana. Questo romanzo è stato scritto in italiano, da quattro donne di mondi diversi che vogliono parlare con un'unica voce. Abbiamo cercato l'invisibilità per poter parlare tutte insieme. Quando le donne riusciranno a convogliare la voce, a parlare tutte insieme cambierà probabilmente qualcosa. L'unica cosa che mi dispiace è che l'Italia e l'editoria italiana non abbiano capito l'importanza di questo progetto.

Rispetto a questa questione dell'autore, si tratta di una riflessione già maturata individualmente, una predisposizione, come dicevamo prima, oppure è stato l'incontro con Wu Ming a instillare questa idea di contrastare/incrinare il ruolo e la figura dell'autore, di riutilizzare storie già scritte, di avere un materiale grezzo da riutilizzare a più mani, c'era una sensibilità già vostra?

Vanessa: Nel mio caso no. Ho partecipato al laboratorio di Wu Ming in maniera abbastanza casuale. Riflettendoci un po', però, potrei ripensare a una serie di occasioni precedenti, ma più per gioco con amici e in famiglia per delle produzioni senza ambizione, come un diario condiviso. Le esperienze precedenti sono state decisamente informali, quindi non c'è stata da parte mia una riflessione cosciente; forse c'era già qualcosina in nuce.

Claudia: Per quanto mi riguarda, invece, si tratta di una predisposizione personale. Sono sempre stata abituata al collettivo, sono cresciuta nella collettività. Questa mia passione anche per la scrittura collettiva era tuttavia un'idea che mi sembrava impossibile da realizzare, perché si interpreta la scrittura come un atto individuale. Conoscendo i Wu Ming, poi, mi sono resa conto che era una cosa che io desideravo profondamente; l'esistenza del laboratorio con Wu Ming 2 mi ha incoraggiato in questo desiderio profondo. All'epoca, abitavo Trieste ma andavo ogni due weekend a Bologna ed ero contenta di tornavi... Quindi sì, per me era proprio una predisposizione, così da sempre.

Lolita: Nel mio caso io prima di fare questo corso con Wu Ming avevo fatto un altro laboratorio di scrittura creativa, sempre all'università di Bologna. Quando ho visto che Wu Ming organizzava un altro laboratorio di scrittura collettiva, ho voluto assolutamente parteciparvi. Mi interessa e mi piace la sperimentazione, in generale, e la sperimentazione nella scrittura, per me, è una grande figata.

Laila: Per me è stato un salto nel buio, perché non ho partecipato al laboratorio. Avevo voglia di scoprire e l'esperienza mi interessava e mi sembrava una cosa molto particolare, molto, molto interessante. La cosa che mi è piaciuta di più è anche la fortuna di venire da varie lingue, il mescolare non solo le idee, non solo le parole, ma anche le lingue. Grazie a questo, è nato il personaggio di Magdalena: alla fine non distingue più tra le lingue, parla tutte le lingue dei paesi che ha attraversato come se fosse un unico linguaggio, il suo.

Avete sottolineato le difficoltà nel trovare una casa editrice; nonostante ciò, voi avete pubblicato il vostro romanzo con Besa Edizioni, una piccola casa editrice. Poi è arrivato il Covid. Questi due fattori non hanno favorito la promozione del romanzo. Ma come vi spiegate che non ci siano altre esperienze in Italia di questo tipo? Altri collettivi di scrittura composti solo da donne? Perché, invece, dopo Wu Ming, sono nati tanti altri collettivi maschili. Penso al collettivo Babette Factory, autore di 2005 dopo Cristo, all'esperienza della Scrittura industriale collettiva (SIC) di Vanni Santoni e Gregrio Magini. Come spiegate che sono tutti collettivi maschili? Voi avete avuto a che fare con il mondo delle edizioni, come mai non c'è nessun esempio, anche amatoriale di collettivi di donne scrittrici?

Lolita: Per noi si è forse trattato di una felice coincidenza, perché eravamo aperte a questa esperienza, eravamo aperte allo scambio, eravamo curiose, desiderose di fare questo lavoro particolare.

Laila: Io non credo che sia una questione di maschile o femminile, penso che sia una questione di casa editrice (Mondadori per Babette factory, N.d.R). Quando c'è un editore forte dietro le spalle, sai che ci sarà la pubblicazione con un marketing forte. Noi invece avevamo una grande libertà, che una grande casa editrice non spesso permette.

Claudia: Io alla tua domanda ci ho dovuto riflettere un attimo perché non mi ero mai posta questo problema. Adesso, ascoltando Laila e Lolita, credo che, se pensiamo al mondo della scrittura in cui ci sono tantissime donne che scrivono sotto pseudonimo maschile, soffriamo del retaggio di una scrittura storicamente più maschile, cioè fatta dagli uomini. Tuttavia, si parla di scrittura femminile, scrittura maschile ma per me non esiste questa differenza. Non abbiamo escluso nessun uomo volontariamente per esempio. Che io mi sia incontrata con delle donne, è stato un caso, anche se, forse, quando si trovano quattro donne si ricama in maniera diversa.

Vanessa: Io non lo so perché, ma mi sembra interessante approfondire questa particolarità. Nel nostro caso, la vera domanda, secondo me, è perché nessun editore voleva pubblicarci considerando la qualità del romanzo. Anche solo da un punto di vista marketing: c'era questa novità di un primo, unico collettivo tutto femminile e interculturale. Evidentemente, questo aspetto non era sufficiente per attirare gli editori. Se vogliamo fare un discorso sociologico, poi, bisognerebbe vedere quali sono le percentuali di autori uomini e donne pubblicati in Italia. È probabile che le donne facciano più fatica in questo campo ad affermarsi rispetto agli uomini. Sicuramente, poi, se non si è affermati, ci si pensa due volte a fare una cosa sperimentale, più difficile, più strana. Forse gli uomini sono più affermati, hanno una posizione più stabile nel mondo editoriale e allora si possono permettere maggiormente di lanciarsi in progetti sperimentali, però bisognerebbe vedere un po' meglio le statistiche.

Claudia: Il tempo, forse hanno più tempo... La scrittura di Magdalena è stata totalizzante; io ricordo veramente un impegno immenso, tanto, tanto tempo. Forse noi donne abbiamo tante cose da dover gestire e quindi non riusciamo a conciliare i tempi. Quante volte ci è successo di non riuscire a far combaciare i nostri tempi, forse gli uomini hanno più libertà in questo.

Vanessa: Io, per esempio, potevo all'epoca perché non avevo ancora fatto un figlio; ora non avrei mai quel tempo, un tempo più lungo anche della scrittura della tesi di dottorato... Un tempo allucinante.

Claudia: Molto difficile, sì. Io avevo un figlio, adolescente difficile che mi risucchiava tantissimo; però ho tenuto, sono stata a cavallo. Adesso che mio figlio è adulto, avrei sicuramente più tempo, ne sono certa, avrei più tempo e anche la testa un po' più libera.

Laila: Vorrei aggiungere una cosa, una cosa che mi ha stupito e che non ho capito. Vi ricordate? Abbiamo cercato di partecipare a qualche concorso, ma non ci siamo riuscite perché non è prevista la categoria per i libri scritti da un collettivo. Questa la trovo una cosa molto strana perché l'esclusione avviene a prescindere dalla qualità del lavoro.

Non avete potuto partecipare a dei concorsi perché il fatto di avere scritto a più mani non poteva essere preso in considerazione, non era previsto?

Claudia: Sì, esatto. Avevamo pensato di fare finta di essere una sola persona e poi vedere come andava a finire, ma non ci riuscivamo perché ci voleva il documento, il codice fiscale. Mi ricordo anche che si presentava prima una, poi l'altra, poi tutte e quattro...

Quindi si pone anche il problema di come il mondo editoriale può accogliere da un punto di vista legale e da un punto di vista amministrativo la scrittura collettiva, che non è così semplice, come sembra che ci siano dei termini, dei vincoli difficili da affrontare, da oltrepassare... Voi avete avuto difficoltà per questo con la vostra casa editrice o no?

Vanessa: No. Una volta che ha accettato no, non è stato un problema. Forse solo nella stesura del contratto hanno dovuto modificare degli elementi, ma non è stato un problema.

Ci sono quindi più elementi che vengono a sommarsi: la scelta di un nome collettivo per un gruppo di donne, anche se questa pratica era già stata usata dai gruppi femministi nel panorama letterario e giornalistico italiano, e poi effettivamente le reticenze del mondo dell'editoria. Forse, questo è ancora segnato da un maschilismo di fondo, da una presenza ancora maggiormente maschile. Come spiegate le vostre difficoltà?

Lolita: Io non darei colpa solo all'editoria, ma un po' anche a noi. Perché dopo questo romanzo in sostanza ci siamo fermate. Il nostro editore non ha fatto tantissimo, ci ha fatto la domanda: "Ma avete intenzione di fare qualcos'altro o questo è stato un unico esperimento?". Noi abbiamo abbozzato una mezza idea, ma non ci siamo messe al lavoro, mentre Wu Ming produce, produce collettivamente e individualmente, quindi non darei tutta la colpa all'editoria.

Vanessa: Sicuramente, ma se avessimo avuto dei risultati più positivi con il primo romanzo, magari saremmo state più motivate. Perché comunque ci abbiamo messo tantissimo tempo a pubblicarlo per poi farlo con un editore che comunque è un editore piccolo, con pochi riscontri sia a livello di vendite che a livello di critica. Bisogna però dire che c'è stato anche il Covid. Avevamo previsto una serie di eventi e di presentazioni e siamo state bloccate dal confinamento che, sicuramente, non ha aiutato. Se avessimo venduto un sacco di copie e avessimo avuto un grande successo, magari ci saremmo motivate a continuare.

Claudia: Vorrei collegarmi al fatto del Covid, perché avevamo in programma tutta una serie di presentazioni che purtroppo sono saltate. Inoltre, sottolineerei anche una differenza tra Wu Ming e noi: Wu Ming vivono tutti a Bologna ed hanno qualsiasi momento per incontrarsi anche per un caffè al bar, noi invece siamo dislocate in zone molto diverse. Io e Laila viviamo nella stessa città, però le altre sono fisicamente lontane. Questi progetti, certo, si possono portare avanti tramite internet, tramite le videochiamate e le e-mail, ma se non c'è il momento d'incontro e la convivialità, la condivisione fisica dell'argomento, del progetto, delle idee, diventa difficile. Scrivere le idee nelle mail e leggerle solo successivamente sfuma e sbiadisce la condivisione. Nel momento in cui si è insieme, invece, la condivisione è convivialità. La scrittura collettiva dev'essere conviviale, deve partire in maniera conviviale e, per noi, non c'è stata questa possibilità a causa del Covid e, poi, della nostra successiva distanza geografica. Al di là delle vittorie riportate dal romanzo, sicuramente non si è speso molto editorialmente.

Laila: Sono d'accordo con tutto questo, ma quello che a me ha colpito molto è stata la reazione di alcuni lettori. Spesso non capiscono questa scelta del collettivo, cioè la vedono quasi come una cosa sminuente: non te la senti di scrivere da sola e allora ti sei appoggiata sulle altre. Penso che non sia ancora abbastanza chiaro al lettore medio tutto quello che c'è dietro: la grande fatica e l'impegno necessario a scrivere un romanzo così. Secondo me è mancato questo appoggio, sia dalla parte dell'editore che dell'accademia che non ci ha dato l'opportunità di spiegare meglio il nostro progetto.

Claudia: Nelle presentazioni avremmo potuto spiegarlo. Infatti le pochissime presentazioni che siamo riuscite a fare, in cui non siamo riuscite a partecipare mai al completo... Io credo che le volte che siamo riuscite a farlo, anche incompleto, il messaggio è passato... La questione è: perché siamo riuscite a spiegare tutto questo ma non abbiamo avuto voce dopo? Noi non abbiamo avuto voce dopo sia a causa Covid sia a causa sicuramente anche dell'editore... Secondo me non abbiamo potuto spiegare che lavoro stavamo facendo.

Per quanto riguarda l'uso dello pseudonimo, Seth Widden afferma che tale procedimento pone un doppio problema e causa una doppia invisibilità: l'invisibilità della collaborazione (l'opera non è immediatamente percepita come tale) e l'invisibilità delle identità delle donne scrittrici. Questa posizione interroga la ricezione dell'opera poiché la firma collettiva cela le identità delle co-autrici e le unisce in un'entità pseudonimica; perché quindi questa scelta? Segue la riflessione di Wu Ming sull'autore e sulla sua autorità? Vuole piuttosto rivendicare un'autorialità femminile più vasta, in una prospettiva di sorellanza (sororité)? A tale proposito, qual è la vostra posizione rispetto alle rivendicazioni femministe? Penso alla riflessione sul ruolo della donna, sulla maternità, sulle contraddizioni insite nell'educazione femminile e di cui voi parlate nel romanzo.

Lolita: Noi abbiamo cercato l'invisibilità proprio per seguire il desiderio di parlare tutte insieme. Secondo me, poi, solo quando le donne riusciranno a convogliare le loro voci per difendere quello in cui credono, ci sarà una possibilità di cambiamento. Quello che vorrei sottolineare, e che mi dispiace tra l'altro, è che credo che l'Italia e l'editoria italiana non abbiano ancora colto l'importanza di questa pratica. Siamo probabilmente delle precorritrici. In ogni caso, per me, l'importanza di questo lavoro non è stato percepito. Wu Ming c'è riuscito, il nostro collettivo meno... Forse è una questione di editoria, di editore o forse solo mancanza di fortuna.

Per voi scrivere insieme si inserisce all'interno di una visione particolare della scrittura, di un modo particolare di essere insieme. Quale messaggio avreste voluto che passasse attraverso la vostra esperienza? Cosa avreste voluto che il pubblico percepisse?

Laila: Sicuramente l'universalità della donna. I problemi che Magdalena Valdez ha avuto in India sono stati gli stessi problemi che ha riscontrato in ogni fase del suo periplo. Si tratta della condizione femminile che è sempre la stessa in tutto il mondo.

Claudia: Anche l'aspetto meticcio: abbiamo dato una voce a una donna attraverso cui si manifestano culture, mentalità, vissuti diversi. Lo spirito meticcio della nostra protagonista è fondamentale. Si tratta di dare vita a un ideale di universalità culturale, linguistica e spaziale. Si tratta dell'universalità della donna ma anche dell'universalità di tutte le culture. Il messaggio, poi, sarebbe anche questo: persone di culture diverse, orizzonti diversi, sensibilità diverse riescono a scrivere una storia, un romanzo.

Lolita: Io aggiungerei e sottolineerei l'importanza del processo di costruzione del nostro personaggio. Attraverso Magdalena si può scoprire non solo la sua storia personale, la sua crescita mediante il passaggio attraverso diverse culture, ma anche la storia collettiva di un'epoca. Questo personaggio si è imposto in maniera estremamente forte; è Maddalena a suggerirci e mostrarci in quale direzione andare. Il suo travagliato percorso e le diverse culture di cui si impregna l'hanno resa più forte e hanno costruito il suo personaggio.

Vanessa: Siccome sono l'unica che non ha detto niente, inserisco un ultimo elemento più "meta". Credo sia interessante, rispetto ad oggi, la decostruzione della nozione stessa di autore in quanto assolutamente creatore dell'opera, unico ed insostituibile che, anche se non conosco benissimo l'italianistica accademica, ho l'impressione resti abbastanza presente, mentre non lo è più per tanti altri ambiti, come il cinema. L'autorialità è stata già destrutturata da un po' ma nella letteratura rimane molto forte quell'idea lì e quindi non solo il nostro romanzo ma la scrittura collettiva da quel punto di vista serve... Per riflettere su cos'è l'autore.

Lolita: Soprattutto adesso che arriva anche l'intelligenza artificiale...

 

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