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Annamaria Andreoli
Presidente dell'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro contemporaneo
Ezio Raimondi ovvero il dialogo inesauribile
Ezio Raimondi è stato il binario sul quale per mezzo secolo la mia vita ha percorso un transito ininterrotto di studi. Mi servo della metafora del treno per dire che il professore era il primo motore di un rapporto nel quale la sua autorità, nei miei confronti così affabile, ha tracciato l'itinerario. Ma anche fuori di metafora la ferrovia domina il ricordo perché io, da sempre pendolare (prima fra Bologna e Mantova e poi fra Bologna e Roma), un treno, a un certo punto, dovevo prenderlo. E invece regolarmente lo perdevo, tanto a lungo duravano gli incontri con il professore. Ore intere, durante le quali parlavo pochissimo: parlava lui in quello che ho definito «monologo esteriore». Comprendevo però, molto chiaramente, che le esternazioni si protraevano perché un rapporto si era instaurato: ero chiamata ad assistere - e starei per dire a provocare - ai procedimenti del suo lavoro critico espressi ad alta voce.
Specie agli inizi, nei primi anni Sessanta il lavoro era filologico e riguardava Dante, Tasso o Alfieri. Ma si trattava di una filologia che reagiva con la teoria della letteratura quando spuntavano all'orizzonte sia i Formalisti russi che lo Strutturalismo destinato poi a dilagare. Funzionava quasi come un antidoto a tanta analisi testuale sincronica l'attenzione prioritaria rivolta alla Storia. Va sottolineato che nei programmi d'esame era obbligatorio per gli studenti conoscere un manuale recente, quale che fosse, messo però a confronto con la Storia della letteratura di De Sanctis in modo che potessimo prendere atto dal vivo della tendenziosità di ogni storiografo.
Ogni allievo che entrasse in dimestichezza con il professore incontrava gli storici delle «Annales» e Le problème de l'incroyance au XVIe siècle. La religion de Rabelais di Lucien Febvre è stato uno dei miei «livres de chevet», pronto a reagire con Šklovskij o Tynjanov. Nel 1962 Walter Benjamin, fra sociologia e misticismo, mi fu dal professore consigliato insieme con una raccolta di saggi di Albert Thibaudet (Intérieurs) e pertanto avevo di fronte due analisi parallele del fenomeno Parigi capitale dell'Ottocento. Può sembrare strano: nonostante la mia età giovanissima, l'allargamento continuo delle prospettive, il confronto fra i metodi, non ha mai ingenerato confusione nei miei studi. Per esempio, quando il professore vide che avevo tra mano un saggio di Dominique Fernandez su Pavese, mi fece sapere, quasi di sfuggita, che il padre di quello studioso, Ramón Fernandez, era l'autore di un libro straordinario su Molière che lessi subito. Dall'esterno potrebbe sembrare un riferimento del tutto casuale. Non è così. Mi sono abituata ad allargare la prospettiva e, in fondo, si trattava di due studi di genere biografico, in cui il primo utilizzava Bachelard e la psicanalisi, il secondo strumenti diversissimi (magari La Bruyère o Condillac), non meno efficaci. Imparavo a maneggiare metodi diversi contemporaneamente.
Ho fortunatamente assistito, quando ero ancora matricola, ai seminari per laureandi. Una ventina di candidati alla laurea esponeva, durante riunioni settimanali, i problemi che ognuno andava affrontando nel preparare tesi di argomento disparato, da Dante a Manzoni a Montale. Ero rimasta colpita da una tesi che riguardava il dibattito allora di punta fra Vittorini e Togliatti. Premetto che i giovani di quegli anni erano particolarmente ideologizzati. L'argomento era per me molto interessante: leggevo i giornali, l'«Espresso», varie riviste di cinema e con gli amici discutevo di politica. Nel corso del seminario il professore invitò a considerare la questione dei cosiddetti «intellettuali» in rapporto con il potere costituito. Se si cominciava da Machiavelli e i Medici si arrivava presto a Benda, La trahison des clercs e ad Aron, L'opium des intellectuels. Mentre i nomi di Vittorini e Togliatti non venivano mai pronunciati, altri nomi avanzavano con il contrasto fra Barrès e Maurras, fra Claudel e Péguy non senza attraversare l'Affaire Dreyfus; poi era la volta di Spender (Un mondo nel mondo), di Auden per l'Inghilterra e la Germania, finché, con Huges (Da sponda a sponda) si arrivava alla diaspora degli intellettuali negli anni Trenta.
Si capisce che gli amici con i quali mi confrontavo, magari in treno, studenti pendolari come me (di ingegneria, chimica, matematica, ma politicizzati), tra una pagina e l'altra dell'«Espresso» che ci scambiavamo (erano gli anni della Croce e il Fascio di Falconi), trovarono presto in me una voce piuttosto attrezzata nella discussione. Io non ero la laureanda che doveva scrivere una tesi su Vittorini; anzi, ai seminari (una specie di corso di specializzazione avanti lettera) m'imbucavo, abusiva, anche se il professore non mi ha mai chiesto perché fossi lì. Al contrario, mi chiedevo io perché tanti altri fossero assenti. Non parlavo: non avevo niente da dire ma molto da imparare.
Che qualcuno volesse imparare con tutte le sue giovani forze: ecco l'interlocutore di cui il professore sembrava aver bisogno per il dialogo in cui il lavoro che andava compiendo si manifestasse nel procedimento non ancora concluso, nella fase della costruzione del problema da risolvere. Senza che io ne abbia mai scritto una riga che è una riga non si contano le ore in cui l'ho ascoltato mentre mi parlava di Manzoni. Ho letto così Voltaire e Shakespeare, Thierry e Guizot, Fauriel e gli Idéologues (Cabanis, Cousin) dopo i Philosophes, quando già avevo cominciato a occuparmi di d'Annunzio, altro argomento sul quale avrebbe potuto concentrarsi il nostro dialogo. Mi sono guardata bene dal proporglielo perché trovavo davvero più utile organizzare le letture specifiche finalizzate al mio oggetto secondo il metodo che il professore andava applicando organizzando le sue, di letture. Rendermene partecipe si sarebbe rivelato un acquisto inestimabile.
Ovvio che il giorno in cui, nella Biblioteca del Vittoriale, sfuggito alla catalogazione, ho trovato gli Chants populaires de la Grèce moderne di Fauriel (annotato dal proprietario) non è mancata una pronta reazione. Sapevo che Fauriel aveva scritto le pagine introduttive di quella raccolta a Brusuglio, ospite di Manzoni alle prese, gomito a gomito in quella stessa casa, con i Promessi sposi. Quanto folklore romantico c'è nel romanzo? Circolano nel racconto i canti cosiddetti Adieux («Addio monti...»), i canti della peste, con la figura popolare dell'«impazzito», del «toccato dal dolore», i canti della morte, ovvero della Parca addetta al taglio dello stame della vita. E l'immaginazione popolare aveva previsto che la terza Parca si chiamasse «Balay», cioè Scopa: la Parca che rifiniva il micidiale lavoro della seconda. Di qui, il passo alla peste-scopa di don Abbondio non era per me meno breve di quello che mi conduceva al folklore della Figlia di Iorio di d'Annunzio. Diversamente non avrei poi preso in considerazione, e in misura così larga, i Canti popolari di Tommaseo (vera chiave di volta della tragedia pastorale), né i Canti popolari scozzesi raccolti da Walter Scott, tanto utili a Manzoni quanto a Swinburne o d'Annunzio.
Potrei avanzare numerosi esempi di procedure apparentemente divergenti nell'oggetto e poi invece sovrapponibili come sistema di ricerca. Quando il professore parlava di Dante mettendo a confronto le interpretazioni di Auerbach, Spitzer, Singleton e Contini, anni di studi che si potrebbero considerare stravaganti per me che mi occupavo di letteratura otto-novecentesca, non sapevo quanto si sarebbero rivelati decisivi per il mio primo Novecento dominato dalla «dantolatria» postunitaria. Il professore stava scrivendo un saggio sul primo Canto del Purgatorio. Ero molto giovane quando nel 1970 ho recensito nelle colonne di «Rinascita» Metafora e storia e allora non facevo che approfondire, con Kermode e Fergusson, il romance dantesco. Ma secondo le indicazioni del professore che non escludevano i contributi della gloriosa Scuola storica. La lettura di Carducci, Del Lungo, D'Ovidio, Casini, Torraca, Scherillo, Zingarelli, Villari, Rajna, Ricci, Biagi, Pascoli, Novati, D'Ancona, Flamini, Barbi, Passerini, Scartazzini, Vandelli... insieme con gli storici in senso stretto del Medioevo, ha prodotto, da parte mia, qualche voce dell'Enciclopedia dantesca. Soprattutto mi ha però consentito di interpretare il linguaggio di Francesca da Rimini e di Alcyone quando poi si è trattato di d'Annunzio. Di più, proprio il saggio del professore sull'inizio del Purgatorio ha reso per me trasparente il Sogno di un mattino di primavera, atto unico in cui la protagonista impazzita è una «sorella» di Francesca, tutt'uno con i Pastori nei Sogni di terre lontane.
Avevo di fronte una monolitica tradizione critica che col pollice verso aveva giudicato falso il Medioevo di d'Annunzio, niente più di una moda abusata. Come se ci fosse un Medioevo vero da contrapporre alla falsità dell'Imaginifico. Raimondi mi ha insegnato che non esistono "Medievi" veri o falsi; che culture, mondi morti rivivono nei lettori, che la creazione è continua, a fronte del mito della filologia d'autore. Così, Francesca da Rimini, dato che l'ho nominata, ma lo stesso vale per la saggistica dantesca e la poesia di Pascoli, mantengono viva la lettura della Commedia. I poeti compiono un'opera di restauro conservativo dei monumenti composti di parole. Come diceva Valéry, la Recherche di Proust, tutta, nel suo complesso, giova a mantenere leggibili le massime di La Rochefoucauld: fra poco non le comprenderemo più.
Ho avanzato qualche esempio concreto che restituisce, me ne rendo conto, solo pallidamente il magistero di Raimondi. C'è chi lo giudicava «eclettico», sbagliando: musica e arti figurative erano il pernio del suo insegnamento volto sempre alla massima leggibilità del testo letterario. Mi chiedo come avrei fatto ad occuparmi di Pirandello prescindendo dalla pittura metafisica o dei Sei personaggi in cerca d'autore prescindendo da una circostanza capitale: sono - e così è - tanto una riproposta del narratore manzoniano quanto dell'aldilà dantesco. Se non ho potuto, questa volta, confrontarmi dal vivo con il professore, nel segreto del mio lavoro il dialogo è continuato né mai cesserà.
Bollettino '900 - Electronic Journal of '900 Italian Literature - © 2024
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gennaio-maggio 2024, n. 1-2
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