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Guido Guglielmi
Formalismo di Valéry

Valéry è un grande poeta formale. Il formalismo nasce in lui non tanto dalla presenza di un eccezionale vigore critico nell'interno dell'opera, necessario a ogni grande poeta, quanto, piuttosto, da un atteggiamento intellettualistico e negativo davanti a tutte le circostanze dell'esistenza.
Due elementi sono alla base della sua esperienza. Da un lato, il tentativo di distinguersi dalla natura e di purificarsi da essa, sicché nella misura che un uomo s'innalzi, di grado in grado, in questa sua impresa intellettuale, e che continuamente riduca la sua inevitabile dipendenza dalla natura, giungerà pure a una sempre più potente affermazione di se stesso e della sua interiore libertà. Dall'altro, la fredda accettazione del finito, e il rifiuto della cosiddetta logica del cuore, perché soltanto quando le cose siano state comprese, riconosciute, definite possono anche essere affatto superate e soppresse in noi stessi.
L'infinito non figura in questo sistema mentale, perché considerato una produzione della sensibilità; e il mondo è concepito come un dato fortuito, un'essenziale disordine: «…un défaut /
Dans la pureté du Non-être».
Che ogni altra immagine di esso sia arbitraria Valéry chiarisce più volte nella sua opera. Nel saggio Au sujet d'Eureka si trova, ad esempio, un'analisi psicologicamente finissima della nozione d'universo, nella quale è osservata la parte capitale che ha nel produrla l'inganno dell'occhio, che percependo simultaneamente gli oggetti alla sua portata, disponendo di una sfera visiva che si trasforma, in relazione ai movimenti, nella quantità e nella qualità degli oggetti percepiti, ma conservando inalterata la sua forma, trasferisce e attribuisce alle cose la condizione del suo vedere, e crea appunto la nozione illusoria di totalità. Valéry precisa: «Je dis que c'est un Tout, car il épuise en quelque sorte ma capacité de voir. Je ne puis rien voir que dans cette forme d'un seul tenant, et dans cette juxtaposition qui m'environne. …Voilà mon premier Univers».1 La nozione d'universo, di mondo ordinato e spirituale, non è rapportabile all'intelletto, perché la sua componente principale è un dato dei sensi. Valéry arriva a screditare completamente ogni filosofia costruttiva che sia scienza della verità, e giunge al paradosso di rivalutarla come disciplina estetica o formale, priva di fondo: una specie di finissima tessitura di ragioni verbali. M. Teste dice che «L'univers n'existe que sur le papier»;2 non diversamente direbbe della filosofia.
Questa sfiducia in un conoscere positivo pone imperiosamente la necessità di sospendere «l'exercice naïf de nos facultés interrogeantes»,3 di esercitare una sorta di purismo intellettuale su noi stessi e di ridurre l'orizzonte delle nostre ricerche e delle nostre domande alle sole cose che possono risponderci.
I problemi che gli uomini hanno dibattuto intorno al mistero della vita, non ammettendo soluzione sono giudicati vani. Solo chi ha cessato di cercare può ritenere di averli risolti: continuare a cercare significa rendersi conto dell'impossibilità di trovare, e, quindi, dell'insussistenza di quei problemi. A chi si interroga intorno al proprio destino, ancora M. Teste, questa immagine iperbolica di Valéry, come è stato chiamato,4 risponde: «Je me demande … en quoi la "destinée" (comme vous dites) de l'homme m'intéresse? A peu près autant que… la déesse Barbara, - dont on n'avait jamais ouï parler et dont j'invente le nom tout à coup».5
Si capisce come i problemi esistenziali non potessero essere eccitanti mentali per Valéry, né elementi della sua opera. Egli si è accorto, che «le ciel de l'esprit est surtout plein de perroquets»,6 per perroquets intendendo parole vuote o semplici articolazioni vocali, quali "Univers" e "Destinée", le cui supposte profondità si dissolvono a un attento esame come miraggi; ma non ha niente da sostituirvi neppure il sentimento dell'angoscia.
La constatazione della crisi del valore significativo della parola, la constatazione che in fondo a essa c'è altra cosa da ciò che essa designa, costituisce un elemento che ci dà forse la chiave del sistema mentale di Valéry; il quale negando realtà alla parola, la riduceva a non valere che come semplice effetto di posizione, come valore istantaneo o formale.
Ma qual è, in Valéry, la funzione dello spirito? Essa si precisa nell'impegno di spogliarsi di quella falsa armatura di idee impure nella quale esso era rimasto come disarticolato - false cristallizzazioni nelle quali esso aveva corrotto la sua natura originaria - e di porsi come spirito puro volto a una continua ascesa, in un continuo superamento di nozioni particolaristiche o falsamente universali, di porsi come assoluta mobilità, perché non c'è nulla che possa fissarlo, nulla che possa essere il suo vertice o la sua finale ricompensa. Esso non è concepito come una piramide; ma come un singolare edificio che s'innalzi di mano in mano che si svuoti, che pietra per pietra ceda i suoi ispessimenti, disciogliendoli come in una fornace: la coscienza.
Senonché questa coscienza pura, infinitamente sagace, che mette uno zelo, una cura così orgogliosa, una inaudita pertinacia a distinguersi dalle cose, a non compromettersi con la vita; questa disumana ed ardua coscienza rassomiglia a un sole solitario sospeso nel vuoto: non ha sostegno ed è priva di relazioni. La nostra stessa personalità, in quanto sottoposta all'attenzione della coscienza, e, rispetto a questa, esteriore, decade alla stregua di un oggetto non appartenente a noi. Così si esprime Valéry: «Notre personnalité elle-même, que nous prenons grossièrement pour notre plus intime et plus profonde propriété, pour notre souverain bien, n'est qu'une chose, et muable et accidentelle, auprès de ce moi le plus nu».7 Si può obiettare a Valéry che la personalità, che si definisce in un rapporto dinamico tra l'irrazionale, l'individuale, che è in noi, e il mondo esteriore; che è fonte del sentimento; che si costruisce continuamente secondo una sempre maggiore complessità; si trasforma certo, ma restando se stessa. Le sue modificazioni ammettono una nota dominante, una segreta permanenza, nel tratto individuale che essa imprime in tutte le sue azioni, e che ce le fa riconoscere come sue. Non è «muable». Ma a parte ogni obiezione, il rifiuto della personalità significa in Valéry un rifiuto dell'agire, un rifiuto di articolarsi nella realtà, operando in essa, in luogo di semplicemente specularla.
Ora è qui che bisogna rilevare l'elemento tragico di Valéry. Il quale consiste nel fatto che l'intelletto non può penetrare il fondo delle cose, e non può pretendere di disfarsene. L'atto della vita si rivela superiore al pensiero in quanto si sottrae sostanzialmente ad esso; e l'uomo, come non sa creare le cose, non può neanche profondamente intenderle. Valéry riconoscerà questa sua grave contraddizione interiore quando, nell' Idée Fixe affermerà: «L'intelligence ne comprend rien à la vie, et donc à la mort»;8 M. Teste annoterà nel suo Log-Book: «Je confesse que j'ai fait une idole de mon esprit, mais je n'en ai pas trouvé d'autre».9
Valéry non avrà possibilità di rasserenarsi, di trovare una finale pacificazione; e l'esprit rappresenterà non tanto un elemento positivo, un valore che si sostituisca a quelli negati, quanto piuttosto l'unica possibilità rimastagli per realizzare se stesso. Il fatto che egli abbia posto alla base del suo sistema interiore un elemento, in definitiva, per lui stesso insoddisfacente, costituisce il lato oscuro, e se vogliamo, misterioso, della sua natura.
In questo bisogno di una chiarezza da perseguire a ogni costo; in questo tentativo di risolvere le cose nella luce assoluta dello spirito, deprezzandole e confinandole in una perpetua esteriorità rispetto a questo, tentativo che è destinato allo scacco, e che si precisa in una volontà di "veder chiaro", deliberata a non arrestarsi, pure senza alcuna fiducia di trovare «la suprême pensée»,10 si deve, forse, scorgere la forma di egotismo di Valéry, quale quella che egli pose alla base della filosofia di Cartesio, quando così ebbe a definirla: «Descartes est avant tout une volonté. Cet être veut, sur toute chose, exploiter le trésor de désir et de vigueur intellectuelle qu'il trouve en soi, et il ne peut vouloir autre chose».11 A Valéry era estranea l'esigenza di una impostazione di se stesso in mezzo alla totalità delle cose - in mezzo al mondo - e di creare la propria personalità - intesa questa attivamente come base d'interventi vivi e diretti nella realtà - e l'intelligenza corrosiva, in opposizione a tutto, resta l'unica forza che agisca in lui.
Si tratta, certo, di una intelligenza che non opera astrattamente, ma si combina con una profonda sensibilità, sicché l'esprit de finesse diventa strumentale dell'esprit de géométrie. E Valéry riuscirà a costruire attorno all'irrazionale una lucidissima cintura intellettuale, e, sospendendone con l'attenzione del pensiero l'effetto in se stesso, a contenerlo e fino a un certo punto a preservarsi da esso; ma non saprà istituire in se stesso una vera libertà, una realtà che compensi ciò che egli ha escluso ma non soppresso. In luogo di una positiva libertà, troverà la "noia", il vuoto e il fastidio di se stesso conseguente appunto al rifiuto della vita, o, secondo le sue stesse parole, «cet ennui enfin, qui n'a d'autre substance que la vie même [la vita negata, interpretiamo noi] et d'autre cause seconde que la clairvoyance du vivant».12 E sappiamo che a questa mortificazione della propria genuina umanità, seguirà un tentativo disperato di ricupero: l'affermazione della necessità del vivere, sia pure come ripiego. La Jeune Parque e Le Cimetière Marin sono illuminanti a questo proposito. Noi pensiamo che per qualche singolarità della sua natura, che egli stesso avvertì, magari definendosi come un Robinson Crusoe intellettuale,13 Valéry ignora la felicità di esprimersi oggettivamente, sposandosi alle cose, e di mirare ad altro per mirare a se stesso; così egli non saprà coltivare che una forma di estremo solipsismo, la sua isola interiore; e l'intelligenza che non comprende, ma che in quanto lo isola da tutto vale negativamente, sarà il suo proprio metodo, e lo strumento proprio di un'affermazione intellettualistica di se stesso.
Possiamo ora capire, quanto dovessero repugnargli, forme letterarie a più voci, come il dramma o il romanzo, che impostano un dibattito o rapporto tra persone; possiamo capire quanto giusta fosse la lettura di Charles du Bos14 dei dialoghi valeriani, quando il critico osserva che essi hanno ben poco del "dialogato", e sono invece soliloqui: un intrattenersi "largo" con il proprio spirito, uno spartire la medesima voce tra diversi personaggi.
Una forma narrativa è una trascrizione ritmica di fatti e circostanze che hanno impegnato la serietà dello scrittore, che gli si sono imposti, e che egli restituisce nell'opera riorganizzati secondo un principio di sintesi, in ordine a una verità. Ora un'interpretazione della realtà presuppone un sentimento e un'accettazione della realtà: uno scrittore deve esistere come uomo in mezzo alle cose che narra. Intendo che questo è l'unico modo per lui di scegliere dalla realtà quegli elementi, tra i tanti che la compongono, che lo interessano. In questo modo egli non opera in vista di un effetto sul lettore, come deplora Valéry, ma per lui il linguaggio della forma e quello della verità coincidono, e non si confondono arbitrariamente. Ciò era quanto mai lontano da Valéry.
Il Nostro costituisce l'esempio tipico di ciò che è stato chiamato il sistema della torre d'avorio, cioè di uno specchio individuale inclinato sul mondo, dotato di una eccezionale potenza ricettiva e scompositiva, ma specchio genito. In questo modo l'uomo totale di Valéry resterà parziale e quanto mai contrario a un'idea di classicità, quantunque egli tendesse a restituire al mondo moderno l'uomo classico.
La classicità si definisce come civiltà di rapporti, come equilibrio tra il sensibile e l'intellettuale, e Valéry, dando una preminenza assoluta al secondo elemento sul primo, ha introdotto sproporzione più che sutura. La classicità è basata sul costume inteso come ossatura interna di una civiltà, come unica direzione, come punto cardinale di tutti i rapporti; essa è infine universalità. L'universale risiede per Valéry nella assolutezza dello spirito che si definisce come assenza di ogni particolare pensiero, o fuga da ogni particolare pensiero: una capacità vuota, senza oggetto. Valéry oppone alla "Città" l'individuo che si chiude nel proprio universo mentale, e vive al riparo di una specie di lusso speculativo.
Lo stesso suo "fare", la fiducia accordata agli atti, non lo redime dalla condizione di negatività che egli ha scelto, con un elemento davvero positivo. Si tratta infatti sempre di un "fare" formale, che esige l'impegno totale dell'uomo, il protendersi verso l'atto di tutte le sue attitudini e facoltà, portate a un grado di presenza, direi quasi di accensione, sempre più bruciante, ma che non sono destinate a compiersi e placarsi nell'opera, perché volte a sentire se stesse piuttosto che a esercitarsi su un oggetto. Né possono realizzare il loro massimo, una perfezione ultima inerente a loro stesse, perché questa non esiste positivamente, ma vale soltanto come indicazione all'infinito e risponde a una volontà di potenza formale, che si impone, davanti all'apertura del possibile - di ciò che meglio si può "fare", il sacrificio del già raggiunto, del risultato pure ammirevole.
Questa idea dell'opera - idea niente affatto dottrinaria, ma riempita di senso da un'esperienza della poesia - è diversissima da quella di un altro grande poeta francese, il più vicino a Valéry: Mallarmé. Per il quale l'opera doveva essere creazione di una realtà assoluta e oggettiva posta dall'autore, suo demiurgo, e collocabile tra le "cose", gli "oggetti", una volta creati, esistenti per sempre. In una lettera a Cazalis, Mallarmé aveva detto: «J'avoue du reste, mais à toi seul, que j'ai encore besoin, tant ont été grandes les avanies de mon triomphe, de me regarder dans cette glace pour penser, et que si elle n'était pas devant la table où je t'écris cette lettre, je redeviendrais le Néant. C'est t'apprendre que je suis maintenant impersonnel, et non plus Stéphane que tu as connu - mais une aptitude qu'a l'Univers Spirituel à se voir et à se développer, à travers ce qui fut moi».15 E aveva proseguito: «Fragile, comme est mon apparition terrestre, je ne puis subir que les développements absolument nécessaires pour que l'univers retrouve, en ce moi, son identité. Ainsi je viens, à l'heure de la Synthèse, de délimiter l'oeuvre qui sera l'image de ce développement».16 Mallarmé sentiva cosmicamente l'esistenza e il proprio spirito, che non più personale, diveniva elemento componente di questa esistenza, ed elemento essenziale e divino: la sua coscienza.
V'è certo in Valéry la nozione dell'impersonalità del poeta, ma questa rientra nel tentativo di fissare «un lieu abstrait du genie», secondo l'espressione di Thibaudet. Essa conduce direttamente al formalismo, un formalismo in opposizione all'immediatezza, pure sapientissima, che doveva essere completamente estranea a Valéry.
Ora vediamo come bisogna intendere l'atteggiamento di Valéry di fronte all'ispirazione.
La negazione in se stesso dell'irrazionale dei sentimenti, implicito alla critica alla personalità, da una parte; la negazione di una spiritualità positiva in quanto lo spirito è concepito negativamente, dall'altra; non permettevano certo a Valéry il riversarsi all'esterno di un mondo interiore, di una sostanza umana che esigesse la forma, o l'espressione. Il sentimento non può essere un valore per chi, come Valéry, tende, invece che ad affidarsi ad esso, a diffidare di esso, a liberarsene intellettualmente, applicandosi a scoprirne la meccanica interna, il funzionamento.
M. Teste aveva detto: «L'expression d'un sentiment est toujours absurde»;17 e anche: «Quelque chose en nous, ou en moi, se révolte contre la puissance inventive de l'âme sur l'esprit».18 Ora un'ispirazione che nasca da un rapporto sentimentale, di attrito o di convenienza, col mondo non era possibile per Valéry, per il quale non c'è attrito se non di ordine intellettuale, e non c'è convenienza se non con le esigenze del proprio spirito.
Ma l'ispirazione è necessaria al poeta, e Valéry, pur limitandone l'importanza, l'aveva così ammessa: «Les beaux vers se mûrissent au lendemain de l'inspiration».19 Altrove, in Fragments des mémoires d'un poème, egli attesta che al principio di una sua poesia, sono cadenze musicali o puri ritmi, ancora indeterminati e privi di figura. L'ispirazione di Valéry si può allora definire come attesa creativa, attesa dell'opera futura, e non come rivelazione attiva di un mondo di sentimenti.
Ma come opera egli nell'atto del poetare? I sentimenti, che in quanto tali ripugnano a Valéry, saranno riassunti, ma si riveleranno a contatto dell'idea di un grande stile, desunta dai classici francesi. Ci sarà un passaggio da un'idea intellettualistica della forma alla sua realizzazione poetica; e i sentimenti, le folgorazioni interiori, varranno soltanto in quanto sostanzino quest'ambiziosa costruzione intellettuale e siano in funzione di essa. Bisogna aggiungere che Valéry ha una concezione eroica della poesia. Un libro - afferma egli - «ne me possède jusqu'au fond que si j'y trouve les marques d'une pensée de puissance équivalente à celle du language même».20 La poesia che lo interesserà sarà quella che convochi, nel momento del fare poetico, e eserciti fino a stremarle, tutte le sue facoltà, sia un modo di sentire le infinite, interne possibilità combinatorie della lingua, nella ricerca di una ipotetica espressione definitiva, e sia uno strumento di perfezionamento formale di se stesso. Essa diventerà così «instrument de la volupté de parfaire»21 e vivrà in un rapporto sempre più complesso tra il poeta e la lingua, sicché il capolavoro non esisterà mai in atto.
Che i contenuti di una tale poesia siano semplici contenuti di un'espressione, e non autentici contenuti umani, come vorrebbe Valéry, ci sembra inaccettabile; perché un elemento intellettuale diventa poetico perdendo della sua astrattezza e umanizzandosi, altrimenti avremmo avuto del semplice tecnicismo e non poesia. Ma troviamo anche inesatta la posizione del Bremond22 e del Raymond,23 che polemizzano sulla riuscita dell'assunto intellettuale di Valéry nella sua opera, ritenendo che in fondo c'è uno scacco del valerismo sul quale essa ha potuto affermarsi. Ci sembra che Valéry abbia fatto poesia non superando la sua poetica, ma attraverso essa. Si tratta infatti di una grande poesia, ma intellettualistica, che risente del suo processo formativo, e conserva una qualità gelida di alto "exercise" - e "esercizi" chiamò Valéry le sue poesie. Il Nostro è soprattutto poeta intelligente, e nell'avere diviso l'integrità dell'uomo, ponendo distanza tra l'uomo che sente e l'uomo che compone, e tendendo a sottomettere il primo al secondo, è, appunto, la ragione del suo formalismo e del suo intellettualismo.

Bollettino '900 - Electronic Newsletter of '900 Italian Literature - © 2004-2005
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Giugno-dicembre 2004, n. 1-2
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