Gilberta Golinelli
Genio ed identità nazionale:
Shakespeare e l'Europa

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Sommario
I.
II.
III.
IV.
Premesse: Germania, Inghilterra ed Europa dell'Est
Polisemia della parola genio (I)
Polisemia della parola genio (II)
Area tedesca e ricezione



§ II. Polisemia della parola genio (I)

I. Premesse: Germania, Inghilterra ed Europa dell'Est

La recente pubblicazione del libro di Harold Bloom sul genio,1 in cui l'autore, pur elencando una serie di geni appartenenti alla nostra «memoria culturale», non approfondisce alcuna precisa contestualizzazione storica, mi ha fatto riflettere sulla necessità di rileggere il significato che la parola «genio», attribuita soprattutto a Shakespeare, ha assunto nell'Europa del Settecento. Un secolo questo in cui il termine genio viene posto al centro delle prime riflessioni critiche ed estetiche e si lega profondamente alla formazione delle diverse culture ed identità nazionali, tra le quali emerge in particolare la nazione tedesca che, con l'Inghilterra, sarà al centro delle mie osservazioni. Inoltre, in una più ampia visione europea, il significato del «genio» attribuito a Shakespeare nel corso del Settecento diviene anche fondamentale per capire il ruolo che egli svolgerà nell'Europa dell'Est, la quale, a partire dall'Ottocento, si rivolgerà al grande bardo come modello e genio per una propria identità culturale europea che la differenzi dai modelli del vicino oriente. La mia ricerca intende indagare il modo in cui il significato del genio si è legato al formarsi e al consolidarsi delle identità nazionali in una prospettiva comparata, che individua nel «genio Shakespeare» il modello per la non ancora formata identità linguistica e culturale tedesca e il capro espiatorio contro cui si oppone il gusto neo-classico, che ancora domina in Francia e nelle diverse corti. Intendo quindi non solo paragonare più contesti storico-culturali, ma tenere conto dell' uso elitario del termine genio, rivolto ad una cerchia ristretta di specialisti, e di quello invece popolare, comprensibile dall'estesa ed eterogenea classe di lettori che forma una nazione.

 

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II. Polisemia della parola genio (I)

Come testimoniano i numerosi saggi sul genio apparsi nel Settecento europeo,2 è molto difficile e complesso riuscire a tenere separati questi due livelli interpretativi che, soprattutto in Inghilterra, si sono influenzati reciprocamente. Tale ipotesi trova le sue ragioni attraverso lo studio del processo di trasformazione che ha subito Shakespeare in Inghilterra e poi in Europa, divenendo dapprima il «genio» nei saggi di estetica e nelle riviste letterarie e poi nell'immaginazione popolare, attraverso un duplice processo di esaltazione della sua figura di attore e poeta immortale e di separazione-identificazione tra il suo teatro ed i suoi inimitabili personaggi. Mi riferisco alla trasformazione di Shakespeare in genio nazionale nell'ambito della critica inglese e in quello popolare, grazie alle rappresentazioni ed agli adattamenti teatrali, e a quello che invece è avvenuto tra la critica tedesca, che ha scelto Shakespeare quale nuovo simbolo per la propria unità linguistica e nazional-culturale.
Credo infatti che la trasformazione di Shakespeare in genio della nazione tedesca e modello a cui gli scrittori si sono ispirati nei loro scritti sulla istituzione di una lingua e di un teatro nazionale, che ha luogo a partire dalla seconda metà del Settecento, sia anche il risultato di una profonda rivisitazione originata tra la critica e l'estetica inglese, che hanno esportato nel continente un'immagine del genio Shakespeare già fortemente connotata di istanze estetiche ed ideologiche. In questa prospettiva, non solo si deve rivedere il significato che nel corso del Settecento ha avuto Shakespeare come poeta- genio, ma ricontestualizzare anche alcuni concetti spinosi che, soprattutto negli ultimi due secoli, hanno subito pericolose manipolazioni. Mi riferisco al legame tra il significato di genio e quello di Geist (spirito), Volk, (popolo) o Sprache (lingua), il quale, soprattutto all'interno della critica tedesca, è stato manipolato a lungo dal potere nazional socialista, che se ne è appropriato per modificare e decontestualizzare l'interpretazione di Shakespeare e delle sue opere. Ed è proprio attraverso un approccio comparato, che tiene conto dei diversi livelli interpretativi a cui è stato soggetto il genio Shakespeare e che in questo modo tenta anche di ri-contestualizzare le sue diverse accezioni, che si riesce a rinvenire il significato che ha assunto il genio per l'identità nazionale e per il formarsi della nazione. E questo senza il timore di affrontare un tema a cui la critica tedesca guarda ancora con prudenza e che necessita invece, a mio avviso, di essere indagato profondamente, proprio perché, come dicevamo, sono state soprattutto le letture sul genio Shakespeare tra gli scrittori tedeschi del Settecento ad incidere maggiormente sulla sua ricezione nell'Europa dell'Est, esportando sia l'idea del grande genio nazionale, sia anche quella di una precisa identità culturale europea. Infatti se è legittimo chiedersi, come fa Moretti, se avremmo avuto Shakespeare se l'Inghilterra non fosse stata un'isola, è altrettanto legittimo interrogarsi sul ruolo che l'Europa centrale e, quindi, in particolare la Germania, può avere avuto nel trasmettere Shakespeare ai paesi più ad Est. Mi riferisco, a tale proposito, alla funzione che la ricezione tedesca del genio Shakespeare e la traduzione delle sue opere hanno svolto tra gli intellettuali ungheresi nel corso dell'Ottocento, i quali si rivolgevano a uno Shakespeare «germanizzato», per definire il proprio europeismo, in opposizione ai modelli provenienti dall'Est più lontano e superare l'ansia di appartenenza ad un vagheggiato centro da parte appunto della periferia più estrema.3

 

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III. Polisemia della parola genio (II)

Per dimostrare quindi la mia ipotesi di lavoro, partirei da una breve analisi del termine «genio», un termine che dapprima indica il nome di una divinità ed in seguito la presenza di tale divinità nel soggetto, subendo un vero e proprio processo di astrazione o «spersonalizzazione». Come documenta anche Curtius in Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter (1948), la parola Genio apparteneva ad una divinità legata alla natura, o dio della natura umana, un essere quindi completamente separato dal soggetto e dotato di una sua specifica fisionomia. La stessa parola genio, che deriva dal latino geniu (m), significava in origine una divinità generatrice e tutelare di ogni persona, per poi esemplificare, in un secondo tempo, i significati astratti di spirito, talento e ingegno. In questo senso, il genio non è più una divinità o un ente separato dal soggetto, ma rappresenta la presenza del divino o di una forza soprannaturale nel soggetto ed esemplifica quella particolare qualità che rende chi la possiede unico rispetto ai suoi simili, inimitabile ed irrepetibile.
In realtà, già dai primi commenti sulle opere di Shakespeare che appaiono in Inghilterra all'inizio del Settecento si evince come il termine «genio» a lui attribuito fosse sotteso dal suo significato di wit, da quello che lo classificava come qualità innata legata a poteri soprannaturali o divini, e da una nuova accezione storico-ideologica che trasformava il «genio» da entità astratta o ingenium, propria di un individuo e quindi diversa da soggetto a soggetto, a simbolo per un'intera nazione: fonte da cui attingere non solo la propria lingua e antica identità nazionale, ma anche la propria creatività. Da questo punto di vista appare molto interessante il saggio di John Dennis, On the Genius and Writings of Shakespeare del 1711, in cui l'autore rivendica la non familiarità del genio Shakespeare con le regole della classicità, difendendolo contro coloro che invece lo accusavano di non avere tenuto conto dei modelli del passato. Le dichiarazioni di Dennis, lette in una più ampia prospettiva europea, rimandano non solo alla querelle des ancients et des modernes, ma anche a quanto accadeva in questi anni a livello storico-politico: è infatti del 1707 l'Act of Union che incoronava la Great Britain come nuova nazione in un'Europa dominata dalla Francia e dai suoi modelli politico-culturali. Shakespeare è per Dennis sia il genio originale inglese che non conosce i classici e che si oppone ai modelli francesi, sia il genio simbolo della nuova Great Britain e figura della quale ogni nuovo cittadino britannico dovrebbe essere fiero. In altre parole, il genio è una categoria estetica individuale che esemplifica però anche una precisa identità storico-culturale, oscillando tra il significato di wit, acutezza e ingegno, quello di «categoria» legata a poteri divini o soprannaturali (categoria del sublime) e l'accezione politico- ideologica che Dennis gli conferisce, identificandolo come tratto peculiare della Great Britain. Altro esempio interessante è dato dal saggio di Joseph Addison, Pleasures of Imagination (recentemente tradotto in italiano)4 apparso sullo Spectator (n° 411-419, 1712), precisamente nelle parti dedicate alla Fairy Way of Writing, dove il termine genio attribuito a Shakespeare si configura sia come dote originale «inimitabile», talento innato, sia come il «poeta» che, più di tutti gli altri, possiede una fantasia e una immaginazione che diventano tratti esemplari del popolo inglese.
Nelle parole di Addison, il talento che inventa la Fairy Way of Writing è quindi la caratteristica che separa la tradizione inglese da quella della classicità, segnando una sorta di spartiacque tra la cultura greco-latina e quella nordica. È chiaro che Shakespeare, nel saggio di Addison, è soggetto ad un duplice processo: quello di personificazione del genio,inteso come talento, nella persona Shakespeare, e quello di astrazione-desoggettivizzazione del genio Shakespeare che diventa in questo modo il simbolo delle caratteristiche di un intero popolo. Sarebbe interessante anche analizzare i saggi di autori come E. Young ed E. Montagu5 e tanti altri che convalidano la mia ipotesi di lavoro, ma qui vorrei interrompere la parte che riguarda l'Inghilterra per passare brevemente all'analisi dell'area tedesca.

 

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IV. Area tedesca e ricezione

Questa idea del genio come categoria che si presta a molteplici interpretazioni, viene confermata dal ruolo che questi testi inglesi assumono nella Germania del secondo Settecento, che non possiede né un'unità linguistico-culturale, né naturalmente politica. Sono soprattutto gli scrittori tedeschi, che leggono i saggi inglesi in una Germania bisognosa di figure simboliche, ad enfatizzare la forte componente ideologica che caratterizza la definizione del genio «Shakespeare», scegliendola come punto di partenza per il loro processo di germanizzazione del grande bardo e per una sua trasformazione in spirito della lingua e del popolo tedesco. In altre parole, gli scrittori tedeschi individuano nella polisemanticità che sottende il significato di genio attribuito a Shakespeare, un termine con cui esprimere la necessità di una Germania unita linguisticamente e soprattutto liberata dai modelli linguistici e culturali francesi, nonché dall'assolutismo di corte. E non è, credo, un caso che questo processo di appropriazione da parte dei critici tedeschi del genio Shakespeare, avvenga attraverso la lettura dei saggi inglesi e non grazie a quella delle sue opere, che vengono tradotte da Wieland, quando ormai Shakespeare è già definito genio inimitabile e simbolo per l'identità linguistica e nazionale di un popolo. Tra l'altro, è anche curioso notare che tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, quando ormai le opere di Shakespeare non solo sono state tradotte, ma vengono anche rappresentate nei diversi teatri di corte, non si parla più del genio Shakespeare, ma dello spirito-genio di Amleto che diventa, come testimonia il poema di Freiligrath, Hamlet ist Deutschland (1844), metafora della condizione politico-esistenziale della nazione tedesca, ancora alla ricerca della propria unità politica. In questo senso, aveva forse ragione Gundolf quando nel suo Shakespeare und der deutsche Geist (1911), riferendosi al ruolo della traduzione completa delle opere di Shakespeare dei fratelli Schlegel e di L. Tieck, affermava che esisteva un profondo legame tra la formazione della lingua tedesca ed il ruolo delle prime traduzioni delle opere shakespeariane, definendoli testi in cui lo spirito tedesco e Shakespeare si esprimevano attraverso un mezzo comune, e opere in cui Shakespeare era diventato veramente la «lingua» tedesca. Una delle prime testimonianze in cui il significato del genio Shakespeare si lega al significato di identità nazionale, emerge dalla lettera diciassettesima di Lessing, apparsa nelle Briefe, die neueste Literattur betreffend nel 1759. L'autore tedesco invoca il genio Shakespeare, lamentando l'assenza di un vero genio tra gli scrittori tedeschi, e lo sceglie come vera e propria fonte in grado di generare la nascita di un nuovo genio che possa rappresentare ciò che egli significa per il teatro inglese. Lessing, che usa il termine genio come divinità generatrice, se da un lato conferisce a Shakespeare il potere di generare negli altri poeti il suo stesso talento, dall'altro colloca il suo nome ed il suo ruolo di figura umana con poteri divini, in una precisa situazione storico-politica, poiché unisce al significato antico del termine quello politico-ideologico dedotto dalla lettura dei saggi inglesi.
Del resto, come ricorda molto bene Giampiero Moretti nel suo studio sul genio,6 sono questi gli anni in cui lo stesso termine «genio» fa la sua prima apparizione in Germania. La lingua tedesca non possedendo infatti la radice etimologica gen, dunque neppure la parola genio, indicava con Geist (spirito) una delle sole accezioni che erano state date al termine genio e cioè quella di talento o ispirazione divina, completamente diversa dall'idea invece del genio quale vero e proprio soggetto consolidatasi tra la critica inglese nel corso del Settecento. In questo senso, gli scrittori tedeschi, e nella fattispecie Lessing, si appropriano di un termine nuovo che entra nella loro lingua già fortemente connotato di istanze che oscillano tra una dimensione estetico-filosofica, ed una invece politico-ideologica: il genio Shakespeare sta ad indicare infatti sia il genio come spirito creativo, dunque il significato astratto che ha anche la parola tedesca Geist, sia il genio individuo, il simbolo di una specifica nazione e della sua identità linguistico-culturale, una delle componenti del nuovo significato di «genio» attribuito a Shakespeare dalla critica e dalla estetica inglese del Settecento.
Nelle riflessioni giovanili di Herder e precisamente nei Fragmente über die neuere deutsche Literatur (1766), Shakespeare diventa il genio che esprime la lingua e l'identità nazionale inglese, e viene scelto da Herder quale esempio da cui meglio si può rinvenire l'inscindibile legame tra il genio, la lingua e la tradizione culturale di una nazione, e quello tra il genio e precise condizioni climatico-naturali: il genio è anche ciò che definisce il particolare storico e geografico di un intero popolo. È partendo da queste riflessioni che Herder arriva poi a riconoscere nel genio non solo la qualità peculiare di un preciso idioma, ma, sulla scia delle riflessioni sulla traduzione che escono in questi anni, ciò che rende irraggiungibile una traduzione perfetta tra due lingue. Il genio è dunque per Herder quel tratto linguistico «intraducibile» che reca l'impronta di un determinato carattere nazionale: esso è la parte poetica di un determinato idioma e non quella che emerge quando la lingua viene considerata come un mero mezzo di comunicazione. Ed è proprio basandosi su questa idea che Herder, sempre nei Frammenti, come affermava G. Steiner,7 esaspererà il significato di genio della lingua come fondamento della letteratura di una nazione, esaltando l'importanza della salute della lingua come base per la salute di un popolo, arrivando ad affermare che «una lingua avrebbe tratto grandi benefici guardandosi da ogni traduzione».
In realtà, il significato di genio attribuito a Shakespeare subisce nei saggi giovanili di Herder non solo un processo di desoggettivizzazione, ma anche un vero e proprio processo di personificazione che trasforma Shakespeare da eroe nazionale inglese in figura prometeica, eroe e bardo dei popoli del Nord e quindi anche del popolo tedesco. In questo senso, il significato di genio attribuito a Shakespeare definisce contemporaneamente lo spirito di un popolo, il talento individuale dell'artista ed una figura nazionale che attraverso la sua intraducibile originalità sancisce la specificità della propria tradizione storico-culturale. Come appare chiaramente nell'opera di Herder del 1777, Von Ähnlichkeit der mittlern englischen und deutschen Dichtung quando egli rivolgendosi al popolo tedesco dichiarerà: Grosses Reich, Reich von zehen Völkern, Deutschland! Du hast kein Shakespeare. È in particolare dal suo saggio Shakespeare del 1773, che si evince il modo in cui Herder ed in generale gli scrittori di questi anni, modellano ed adattano il genio Shakespeare alle loro esigenze estetico-ideologiche. In questo saggio infatti Shakespeare è esaltato nella sua duplice natura di spirito ed individuo, quindi è il genio che possiede doti individuali ed inimitabili ed è lo spirito dei popoli nordici. Shakespeare è per Herder sia il modello da imitare e da contrapporre alla tradizione greco-latina, invano imitata dai francesi e imposta nelle corti assolutistiche tedesche, sia l'eroe nazionale e lo storico che, con le sue opere, ha unito la lingua e il carattere delle diverse popolazioni nordiche. In questo modo Shakespeare perde anche la sua Englishness e assume per Herder e per tutti gli scrittori tedeschi le sembianze del grande bardo, del modello di riferimento per la produzione di opere tedesche e della figura di poeta nazionale a cui rivolgersi per riscoprire una propria identità storico-culturale. In realtà, questa appropriazione, quella che darà luogo non solo al processo di «germanizzazione» del grande bardo e di sua diffusione verso l'Europa dell'Est, ma anche alla nascita di una vera e propria filologia del testo shakespeariano a cui gli studiosi inglesi attingeranno nel corso dell'Ottocento - si pensi al ruolo di A. W. Schlegel nella valorizzazione dei sonetti shakespeariani -,8 ha le sue radici nel continuo processo di desoggettivizzazione e personificazione del significato di genio e di Shakespeare quale poeta genio messo in moto dalla stessa critica inglese del Settecento.

 

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Bollettino '900 - Electronic Newsletter of '900 Italian Literature - © 2003

Giugno 2003, n. 1