[B900] B900, Segnalazioni/A - Resoconto di convegno

Redazione di Bollettino '900 redazione at boll900.it
Tue Nov 18 09:57:34 CET 2008


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    BOLLETTINO '900 - Segnalazioni/A, ottobre 2008

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SOMMARIO:

- Monica Jansen, Inge Lanslots
   Resoconto del Convegno:
   *New Authors/Auteurs: into the
   New Millennium*
   (The University of Salford, UK,
    27-28 giugno 2008)

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Non autori e non impegno come anticorpi per
il nuovo millennio

Il convegno organizzato dall'universita' di
Salford sul concetto di nuovi autori
letterari e di *auteurs* cinematografici
contiene un programma, come traspare
dall'aggettivo *new*, riferito sia a
una nuova epoca che a nuovi modi per
intendere la produzione artistica.
Gli organizzatori Gillian Ania e William
Hope ambiscono a incentivare un dibattito
sulla ridefinizione del termine "autore"
nel nuovo millennio, svolta epocale che
ha comportato nuove tecnologie e tipi di
intermedialita' e di "comodificazione"
(mercificazione = termine sociologico)
che fanno prevalere la collettivita'
sull'individuo e il prodotto di massa
sull'esperimento. Almeno, cosi' c'e'
da temere secondo Ania e Hope.
Il programma del convegno contiene una
pagina con possibili definizioni
dell'autore, secondo i due sensi sopra
specificati, su cui i relatori sono stati
invitati a riflettere.
Per l'autore di cinema si offrono otto
alternative, la maggior parte delle
quali prende spunto dalla centralita'
dell'individuo creativo, predominante
sia in termini artistici che commerciali.
L'autore puo' essere visto sia come
*brand* per conferire qualita'
a un prodotto di consumo, sia come
fautore di una visione artistica
originale, che si oppone alla
commercializzazione del prodotto.
Per definire il ruolo dei nuovi
autori letterari vengono formulate
cinque domande che possono essere
riassunte in quella piu' generale,
sulla misura in cui il successo
critico o di pubblico determini
le direzioni della letteratura
nel nuovo millennio. E' chiaro che
per Ania e Hope anche nel terzo
millennio persiste una contraddizione
fondamentale: quella tra cultura di
massa e d'avanguardia, tra creativita'
operante dentro e fuori i limiti del
mercato.
Nella prima giornata si e' partiti da
due prospettive in un certo senso
antitetiche, quelle di Pauline Small
(Queen Mary College, University of
London) e di William Hope (University
of Salford). La Small ha valorizzato la
pratica 'multitasking' alla base della
produzione cinematografica: come nel
caso di Emanuele Crialese che, in
*Nuovomondo*, affidando la cinematografia
a Agnes Godard, ha realizzato un film
piu' sperimentale e giocoso rispetto al
precedente *Respiro*. In altre parole,
secondo Small, il prodotto cinematografico
deve essere analizzato come il risultato
di una fertilizzazione *cross-over*.
William Hope invece, – che si definisce
un intellettuale di sinistra -, ha
analizzato *Denti* di Salvatores da
una prospettiva individualistica
creativa e tematica: sia il regista che
il protagonista lottano contro un
contesto capitalistico repressivo.
Salvatores lo fa cercando di
rendersi autonomo con la propria casa
produttiva Colorado, il protagonista
sottomettendosi a multipli interventi
ai denti, perdendo cosi' il controllo
sul proprio corpo che viene de-soggettivato
da una societa' post-industriale
meccanicizzata. Alla fine, la liberazione
riconquistata dal soggetto si attua solo
a un livello individuale, non collettivo.
L'*auteur* cinematografico diventa
invece protagonista in *Il regista di
matrimoni* di Marco Bellocchio. Marco
Grosoli (Universita' di Bologna)
dimostra come, rinunciando allo *status*
di autore di film, Franco Elica si
trasformi in regista di matrimoni
con l'ambizione di intervenire direttamente
sulla realta'. La sua manipolazione del
reale si trasforma invece a sua volta in
finzione e diventa l'oggetto di sguardi
altrui. Alla fine il regista impara a
non imporre il proprio sguardo per
facilitare i mille sguardi degli altri.
La sua opposizione a una realta'
considerata cadaverica – una battuta
del film recita: "in Italia regnano i
morti" –, consiste nel ridare alla
realta' il suo impulso vitale. La
prospettiva soggettiva diventa cosi',
in questa lettura, intersoggettiva.
Abele Longo (University of Middlesex)
invece, soffermandosi sull'opera del duo
Cipri' e Maresco, usa la terminologia
del filosofo Peter Sloterdijk per
distinguere una ironia "kynical",
ovvero un'ironia resistente alla
verita' messa a nudo, che implica
una marginalizzazione del soggetto
dalla dimensione collettiva. Il cinema
dei registi "kinici" palermitani mette
in scena un carnevale bachtiniano in cui
manca l'allegria del comportamento
trasgressivo. Se qui si verifica quindi
la possibilita' di una visione artistica
antagonista della societa' e della
produzione di massa, essa tende
all'assurdo beckettiano o al suicidio
pasoliniano.
Il nuovo autore letterario, in
questo convegno, e' stato "rappresentato"
in carne e ossa da Tullio Avoledo,
invitato a presentare la sua opera
e a dare una lettura del suo ultimo
romanzo, *La ragazza di Vajont*.
Lo scrittore, introdotto da Gillian
Ania (University of Salford), offre
una sintesi interessante dell'antitesi
tra creativita' e mercato. Arrivato
alla scrittura dopo esser diventato
una "vittima" delle dinamiche del
capitalismo, perdendo il suo lavoro
in banca dopo una fusione, egli
considera la letteratura un modo
di raccontare una realta' che i
giornali hanno smesso di narrare.
Restando fedele alla sua regola di
base, ereditata dall'amore per la
letteratura anglosassone, di non
annoiare mai il lettore, Avoledo
trasforma la dialettica tra il
soggetto e le determinanti socio-
economiche che lo condizionano in una
letteratura di tipo apocalittico che,
secondo Ania, trasmette l'angoscia
di un "sense of grave disquiet" insieme
al diletto dei suoi "spellbounding
intriguing plots".
E' quindi possibile una creativita'
originale e resistente alla globalizzazione
operante all'interno del mercato?
La relazione tra arte e mercato sta al
centro dell'intervento di Lanfranco Aceti
(University of London) che analizza la
produzione del film *Il vangelo secondo
Precario. Storie di ordinaria flessibilita'*.
Nonostante che l'intento dei produttori
fosse di dare voce a tutti i precari che
narrano le loro storie, i profitti non
hanno beneficiato chi ha collaborato al
progetto e non ne e' nato nemmeno uno
scambio interattivo. Anzi, il sito e'
stato ben presto eliminato dalla rete.
Il film puo' essere considerato un
fallimento perche' tratta la tematica
del precariato trasformandola in una
favola borghese immobilizzata in un
linguaggio di sinistra mai rinnovato,
e perche' diventa essa stessa un'opera
di sfruttamento, di "schiavizzazione"
dell'autore, concetto che cosi' diventa
altamente problematico. L'incongruenza
tra intenti e risultato viene anche
messa in luce da Emanuele D'Onofrio
(University of Manchester), che ha
studiato l'uso della musica in film
italiani che rappresentano gli anni
Settanta, anni di memorie buie e negate
ma anche del boom delle radio libere.
La colonna sonora potrebbe quindi
esprimere sia la catastrofe sia l'utopia,
dando origine a così una "eukatastrophe'",
come propone D'Onofrio basandosi sulla
terminologia di Tolkien. Invece, Marco
Tullio Giordana, ne *I cento passi*,
predilegendo brani musicali degli anni
Sessanta, da Cohen ai Procol Harum,
sembra voler togliere di mezzo gli anni
Settanta attraverso la musica. Se si
tratti davvero di un'opera di rimozione
resta da discutere. Durante il dibattito
e' stato osservato che forse non sempre
la musica pop nei film equivale a
manipolazione emotiva e ideologica. La
scelta puo' anche essere condizionata da
fattori contingenti come l'eta' del
regista e i suoi personali ricordi di
gioventu' o invece la fedeltà storica
a un clima musicale soggetto anch'esso
a determinanti locali e regionali. Nel
primo caso l'autore farebbe entrare la
propria biografia anagrafica nel
prodotto artistico, se si parte almeno
dal presupposto che sia il regista a
scegliere i brani musicali e che la
scelta non sia il risultato di una
collaborazione "multitasking".
Un caso limite tra letteratura e cinema
e' dato da quegli autori che spostano le
loro attività creative alla dimensione
virtuale e multimediale della rete.
Monica Jansen (Universita' di Anversa/
Universita' di Utrecht) si chiedeva se
possa esistere una tensione tra due
pretese antitetiche degli abitanti
della "blog-nation": da un lato l'idea
che la sfera pubblica della rete produce
una verita' piu' fedele al reale che
nei media tradizionali, dipendenti
invece dal monitoraggio di terzi; e
dall'altro lato il presupposto che la
virtualita' della rete offre invece
possibilita' inedite di "autofiction".
Analizzando i blog di Giulio Mozzi,
Giuseppe Genna e Isabella Santacroce,
Jansen conclude che, mentre Mozzi e
Genna cercano di combinare l'attivita'
creativa con quella di informare il
lettore, Santacroce si dedica interamente
all'autofinzione, inglobando le reazioni
dei visitatori nella costruzione di una
personalita' controversa ed esibizionista.
Inge Lanslots (Universita' di Anversa/
Lessius – Lovanio), a sua volta, ha
indagato l'impatto della rete sulla
scrittura dei cosiddetti nuovi autori,
situando i loro testi disponibili in
rete nella cosiddetta cyberletteratura,
intesa come categoria di ipertesti
con una complessita' strutturale
che sfrutta le modalita' multimediali.
In quest'ultima categoria si notano
prevalentemente due tendenze, illustrate
analizzando i siti dei Wu Ming e di Valerio
Evangelisti. Nell'ambito della prima si
pubblicano on line testi multilineari e
tridimensionali che generano sia nuovi
testi che nuovi modi di lettura in
parallelo con quelli su carta. Nell'altra
l'autore ricorre alle stesse strategie
introducendole subito nelle sue
pubblicazioni cartacee. Questi nuovi
modelli di scrittura vanno letti alla
luce del fitto intertesto in cui si
innestano gli scritti dei nuovi autori.

L'attenzione per la nuova letteratura,
al centro della seconda giornata, parte
dalla questione del (post)moderno come
condizione di scrittura e lettura della
realta'. Il postmoderno viene concepito
in termini di multimedialita' nell'analisi
contrastiva di Kresimir Purgar (Centro di
Studi Visuali, Zagabria) della coppia
Aldo Nove-Jean Baudrillard. Cio' che
lo scrittore italiano e il filosofo
francese condividono e' che la
dimensione dell'iperrealta' si pone
oltre l'opposizione tra oggetto e
soggetto, per cui nella mediasfera
tutto diventa ironicamente indecidibile
cosi' da giungere al paradosso: "solo la
tv e' umana" (Nove, *Superwoobinda*).
Alla luce del "simulacro" i testi ironici
di Nove assumono valori profetici senza
diventare moralistici.
Anche se l'ultimo testo narrativo di
Daniele Del Giudice e' stato pubblicato
prima del nuovo millennio, Angela Guiso
(Universita' di Cagliari) dimostra che i
racconti di *Mania* fanno parte integrante
della svolta epocale del postmoderno.
Basandosi sulla teoria di Giuseppe
Petronio, Guiso sostiene che nel caso di
Del Giudice si tratta piuttosto di modernita'
concepita come il luogo in cui si compone
il postmoderno senza perdere la valenza
etica del moderno. Anche se le tematiche
trattate nei racconti si ricollegano al
postmoderno (virtualità digitale in
*Evil at live*, parodia del giallo in
*L'orecchio assoluto*), l'autore non
abbandona mai il suo impegno verso la
realta'.
Claudio Piersanti e' un altro autore che,
avendo le sue radici nel movimento '77,
si manifesta a partire dall'inizio degli
anni Ottanta inserendosi in quello che
Carla Benedetti chiama, anziche'
"postmoderno", "tardo moderno" – come
ricorda Marina Spunta (University of
Leicester) adottandone la definizione.
I mondi letterari di Piersanti
concepiti fuori dalla letteratura
commerciale, sono popolati da personaggi
passivi e falliti, che tentano di abitare
lo spaesamento attraverso un
autoconfinamento. La loro incapacita'
di dialogo con il mondo esterno potrebbe
essere associata al "kinismo" dei personaggi
di Cipri' e Maresco e cosi' l'autore
Piersanti potrebbe essere un altro
esponente di una letteratura che si
oppone in modo radicale alla mediocrita'
del presente. L'impegno in questo modo
puo' solo prendere la forma di un
non-impegno.
Che la letteratura possa ancora avere
una dimensione sociale, viene dimostrato
da Franca Pellegrini (University of Oxford)
nella sua valutazione del giallo regionale.
Nei gialli italiani del nuovo millennio
Pellegrini individua una nuova forma
d'impegno che li distanzia dal gioco
postmoderno di *Se una notte d'inverno
un viaggiatore* e dal pulp grottesco
della gioventu' cannibale. Basandosi
su Gramsci, la studiosa conia il
concetto di letteratura "nazionalregionale"
illustrandolo tramite lo studio di tre
autori rappresentativi: il pugliese
Carofiglio, il sardo Niffoi e il
piemontese Farinetti.
La domanda se alla fine l'impegno non si
configuri come non-impegno viene sollevata
anche nel contributo dedicato al cinema
del regista napoletano Matteo Garrone.
Luciana D'Arcangeli (University of
Strathclyde) conclude che, contrariamente
a Francesco Rosi, a Garrone non interessa
la denuncia sociale. I suoi personaggi
sono figure laide e deformi, mostri
della nostra epoca. La visione apocalittica
di una discesa agli inferi raggiunge il
suo apice in *Gomorra*. La geografia
ripresa nel film, fatta di pochi colori
e composta da "fortezze" e ambienti
chiusi, alla fine non e' una geografia
fisica ma dell'anima. In questo senso
Garrone e' un vero *auteur* che concepisce
uno stile di ripresa straniante focalizzata
sull'originalita' del gesto e
sull'improvvisazione del dialogo.
Nanni Moretti, invece, considerato da
Geoffrey Nowell-Smith come l'unico
regista italiano valido del nuovo
millennio, deve forse la sua
inossidabilita' alla "Moretti brand"
analizzata da Eleanor Andrews (University
of Wolverhampton). Tale marchio potrebbe
essere riassunto nell'ambizione di
combinare il riso con un messaggio
serio, destinato innanzitutto a
postsessantottini medioborghesi, come
lo stesso regista. Si tratta quindi di
una dimensione politica mirata, non
ristretta pero' al cinema, come dimostra
il protagonismo di Moretti nei girotondi.
Analizzando *Il caimano*, l'impegno di
Moretti risulta dalla stratificazione
riuscita di *timing* – il momento in
cui il film esce nelle sale –, di
*mise-en-scene* – l'alternanza tra
spazi chiusi e aperti per rappresentare
l'Italia moderna – e di sovrapposizione
straniante tra l'attore Moretti e il
leader politico Berlusconi che, nel
finale del film, con l'uso di *speech*
reali, assume un effetto thriller "da
lupo mannaro".
L'impegno pero' non sempre si riassume
in termini politici, come dimostra la
scelta della regista Cristina Comencini
di dedicare *La bestia nel cuore* a un
argomento tabu', l'incesto. Esso viene
portato in scena in un contesto metafilmico
e postmoderno. Erminia Passannanti
(Liceo Scientifico Carlo Levi, Portici)
analizza nei termini psicanalitici di
Julia Kristeva il carattere della
protagonista femminile, che deve
scavare nel proprio passato per
riconciliarsi non tanto con il padre
ma con il figlio nascituro. Cio'
avviene nei momenti onirici in cui
la presenza massiccia di acqua, oltre
ad avere una valenza purificatrice,
svolge anche il compito distruttivo della
rimozione metaforica della famiglia.
Alex Marlow-Mann (University of Leeds) ha
invece enucleato l'interazione tra autore
e spettatore attraverso la soggettivita'
del punto di vista nel cinema di Sorrentino.
Basandosi sulla teoria di Murray Smith,
egli distingue "alignment" (accesso ai
pensieri e ai sentimenti dei personaggi
attraverso la focalizzazione) e "allegiance"
(simpatia o avversione verso i personaggi).
Nei film analizzati, *L'amico di famiglia* e
*Le conseguenze dell'amore*, Sorrentino
ottiene un effetto di alienazione nello
spettatore che duplica l'alienazione degli
stessi personaggi nei confronti della loro
realta'.
Geoffrey Nowell-Smith, uno dei critici
inglesi pionieri del cinema italiano,
autore tra l'altro di una monografia sul
cinema di Luchino Visconti e del manuale
*Companion to Italian Cinema*, ha offerto
una visione panoramica sull'equazione
autori/*auteurs* – punto di partenza
del'intero convegno – come unita' di
base per entrare nel terzo millennio.
Occorre avere ben presente il diverso
contesto mediale in cui operano i
produttori di storie e di immagini:
mentre, infatti, la relazione tra autore
e lettore rimane in essenza pre-industriale,
il cinema nasce come forma artistica
industriale mirata a un pubblico e a
una produzione di massa. La rete internet
in questo quadro potrebbe rappresentare
una produzione post-industriale che
riattiva in qualche modo relazioni tra
autori e pubblico di tipo pre-industriale,
una nuova realtà con cui sia la letteratura
che il cinema devono confrontarsi.
I cambiamenti della produzione e della
comunicazione che si situano ormai in
una dimensione globale, oltre al
concetto di *auteur* mettono in
discussione anche il concetto di
cinema nazionale. Se la produzione,
il pubblico e l'esperienza della
realtà ormai appartengono a
un'identità transnazionale, quale
sarebbe il criterio per poter parlare
ancora di un cinema italiano? Qui
Nowell-Smith propone di considerare
l'idea di cinema nazionale non come
punto di partenza ma come punto di
arrivo: il cinema è "attivamente "
nazionale quando si impegna a definire
la nazione. Posta la questione in questi
termini, si riaprono nuove opportunità
per il cinema d'autore, che ha il diritto
di essere marginale e che puo' produrre
una voce contrastante dai margini del
reale. Cio' spiega il riemergere nel
cinema italiano di nuovi singoli autori
e di un rinnovato interesse per il realismo.
Il dibattito conclusivo ha confermato il
sospetto iniziale che la predominanza
delle logiche di mercato metta in
pericolo le nuove voci, quelle che si
esprimono fuori dal sistema. Cio' e'
evidente nella tendenza del cinema a
muoversi verso la letteratura, interpretata
in questa sede come strategia industriale
a cui la letteratura dovrebbe cercare di
sottrarsi, anziche' modellarsi su
di essa. Il modello auspicato, emerso
dal convegno, e' quello di "non autori"
che con il loro non-impegno si
oppongano alla mercificazione, con
tutti i rischi che ciò comporta.
Viene considerata pero' anche
l'alternativa offerta dal cinema alla
letteratura: quella di una narrazione
di genere, che scavalca in un certo
senso la creativita' legata all'istanza
autoriale per delegarla ad una realta'
precostituita. La conclusione che il genere
sia un modo adatto per parlare del
mondo attuale mette invece fuori gioco
l'autore che, da creatore di nuovi mondi,
viene ridimensionato piuttosto a mediatore
tra mondi possibili. L'ultima definizione
si adatta forse meglio all'autore presente
al convegno, Tullio Avoledo, che ha espresso
chiaramente il suo desiderio di voler
"parlare d'altro" rifacendosi a modelli
narrativi di successo.

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(c) Bollettino '900 - versione e-mail
Electronic Newsletter of '900 Italian Literature
Segnalazioni/A, ottobre 2008. Anno XIV, 5.

Direttore: Federico Pellizzi
Redazione Newsletter: Michela Aveta, Eleonora Conti,
Anna Frabetti, Giuseppe Nava, Saverio Voci.

Dipartimento di Italianistica
dell'Universita' di Bologna,
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Reg. Trib. di Bologna n. 6436 del 19 aprile 1995.
ISSN 1124-1578




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