Note:


1 A proposito dei ritmi paralleli che correlano tra loro il linguaggio, la lettura, la narrazione e il tappeto rimando alle note significative che Campo ha dedicato loro (Cristina Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987; in particolare all'altezza delle pp. 62, 63, 64).

2 Sulle valenze che sottraggono l'atopica dimensione metaforica marina a un criterio di classificabilità, contrapponendola al mondo inteso come misurabile cosmo, rinvio all'ormai classica analisi di Hans Blumenberg, Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell'esistenza, trad. it. di Francesca Rigotti, Bologna, Il Mulino, 1985 (Frankfurt am Main, 1979).

3 Mi sono avvalsa del contributo biografico di Madeleine Mary Henry (Prisoner of history. Aspasia of Miletus and her biographical tradition, New York, Oxford University Press, 1995); un volume nel quale si provvede ad articolare il sondaggio in cinque capitoli, che compiutamente danno conto delle molteplici prospettive interpretative sottese ai distinti generi letterari implicati nella trasmissione della tradizione aspasiana; cioè: Aspasia in Greek History, The Story Told by Comedy, Aspasia and the Socratic Tradition, The Sargasso Sea: Aspasia and the Discourse on Prostitutes in the Hellenistic, Roman, and Late Antique Periods; infine, Aspasia in the Postclassical West. Rimando anche alla sintetica ma densa scheda di Bernhard Kytzler, Aspasia, in Id., Frauen der Antike. Von Aspasia bis Zenobia, Zurich, Artemis & Winkler Verlag, 1994, pp. 34-36. Devo rilevare, invece, non senza stupore, come una specifica voce dedicata al personaggio non risulta contemplata nel volume di Eric M. Moormann - Wilfried Uitterhoeve, Miti e personaggi del mondo classico. Dizionario di storia, letteratura, arte, musica, Edizione italiana a cura di Elisa Tetamo, Milano, Bruno Mondadori, 1997 (Nijmegen 1987, 1989); dove ci si limita a tracciare alcuni riferimenti trasversali a detta figura nell'ambito delle voci Pericle (ivi, pp. 580-584) e Socrate (ivi, pp. 681-686), cioè proprio tramite le istanze maschili che l'hanno incrociata.

4 Nel percorrere i molteplici immaginari possibili, l'analisi di un Pageaux, da parte sua, ha già rilevato in termini lucidi in che misura l'imaginaire social intrattenga rapporti necessari con la cifra dell'alterità,: «Étant donné que l'image, au sens comparatiste, procède d'une prise de conscience d'un Je par rapport à un Autre, d'un Ici par rapport à un Ailleurs, que l'image est l'expression, littéraire ou non, d'un écart significatif entre deux réalités, l'imaginaire social et culturel dont il sera ici question est marqué par une profonde bipolarisation: identité vs altérité, altérité envisagée comme terme opposé et complémentaire par rapport à l'identité. L'imaginaire que nous tentons de définir, dans sa nature et sa fonction, est l'expression, à l'échelle d'une société, d'une collectivité, d'un ensemble culturel, de cette bipolarité que nous tenons pour fondamentale. L'imaginaire que nous étudions est le théâtre, le lieu où s'expriment, de manière imagée (assumons le jeu de mots), c'est-à-dire à l'aide d'images, de représentations, les façons dont une société se voit, se définit, se rêve» (Daniel-Henri Pageaux, Image/Imaginaire, in Europa und das nationale Selbstverständnis.Imagologische Probleme in Literatur, Kunst und Kultur des 19. und 20. Jahrhunderts, Herausgegeben von Hugo Dyserinck und Karl Ulrich Syndram, Bonn, Bouvier, 1988, pp. 367-379: 367-368). Una rassegna agile e, insieme, lucida e articolata, sia concettualmente che bibliograficamente, relativa al tema in oggetto è stata di recente proposta in Remo Ceserani, Lo straniero, Roma-Bari, Laterza, 1998. Sulle problematiche anche teoriche che misurano detto tema rispetto ai poli del doppio e dell'identità, si vedano inoltre i cospicui contributi compresi in Identità alterità doppio nella letteratura moderna. Atti di seminario, a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni, 2001.

5 A questo proposito, e per quanto concerne le significative implicazioni culturali e ideologiche che mette in gioco tale campo, rimando all'importante contributo di Adriana Cavarero, Nonostante Platone. Figure femminili nella filosofia antica, Roma, Editori Riuniti, 1990. Per un quadro complessivo inerente sia al pensiero femminista che agli itinerari da esso intrapresi e percorsi, in prospettiva e storica e geoculturale, si veda almeno Franco Restaino - Adriana Cavarero, Le filosofie femministe, Torino, Paravia, 1999.

6 Cavarero progetta la propria analisi essenzialmente intorno a due assi teorici, il primo dei quali si fonda sul pensiero della differenza sessuale, mentre il secondo, rielaborando la categoria arendtiana, di nascita, colta, tuttavia, non già quale giungere dal nulla, bensì nell'accezione di umano venire da madre (A. Cavarero, Nonostante Platone, cit.)

7 Una compiuta disamina delle proiezioni che, in Occidente, a partire dal Platone del Simposio per giungere fino alla modernità, travagliano con un segno negativo sia lo spazio del desiderio che la medesima dimensione corporea in un volume di Dumoulié; un contributo che, avvalendosi di una metodologia comparatistica, pone in dialogo con agile maestria campi diversi, dalla filosofia alla letteratura, dalla psicoanalisi all'estetica e alle scienze umane (Camille Dumoulié, Il desiderio. Storia e analisi di un concetto, trad. it. di Sergio Arecco, Torino, Einaudi, 2002; Paris 1999).

8 A. Cavarero, Nonostante Platone, cit., pp. 5-6, 7-8.

9 In particolare, per quanto concerne quella dismisura di "estraneità" che segna alcune figure femminili presenti in determinati dialoghi platonici, Diotima e la servetta di Tracia, ad esempio, rispettivamente nel Simposio e nel Teeteto, entrambe voci riflesse in un discorso riportato, cfr. ivi, pp. 95-96

10 Nell'accezione lucidamente colta da Magli, in un saggio ancora significativo anche quale tracciato che segna storicamente l'avvio di una stagione ormai molto matura e articolata di studi e riflessioni: Patrizia Magli, Il segno della differenza, in Le donne e i segni. Scrittura, linguaggio, identità nel segno della differenza femminile, a cura di P. Magli, Bologna, Transeuropa, 1985, pp. 11-22. Per un'analisi delle prospettive implicate nelle istanze di autorappresentazione del femminile nella narrativa, nel momento in cui il soggetto, sottraendosi al silenzio imposto dall'altro, diviene parte attiva nella scrittura, si veda il contributo di Azzolini; dove, tra l'altro, si provvede a filtrare un vasto dibattito teorico, molto sensibile anche alla riflessione filosofica di Irigaray: Paola Azzolini, Il cielo vuoto dell'eroina. Scrittura e identità femminile nel Novecento italiano, Introduzione di Marina Zancan, Roma, Bulzoni, 2001.

11 Rileva puntualmente Henry, nell'intento di gettare luce sulla biografia di una donna che, per la portata simbolica della vicenda che ha vissuto, potrebbe assumere un significato anche metodologicamente paradigmatico, nel rischiarare l'origine stessa dei fattori che portarono all'acquisizione consapevole di un'identità femminile: «Yet history has largely considered only Plato and other men to be philosophers; women philosophers are footnotes, freaks, groupies, and martyrs - anything and everything but philosophers. It is necessary to explore Aspasia's singular place in the Socratic dialogues and to ask why and with what effect Plato makes Aspasia the only woman outside of Diotima who speaks in any of his works. To free Aspasia from the prison of history, we must try to shed any prior notions about what a biography - the writing of a life, the writing of a woman's life - is or must be» (M. M. Henry, Prisoner of history, cit., p. 6). In particolare per quanto concerne l'istanza Diotima, del resto molto diversa, proprio per l'inattingibile aura sacerdotale che la connota, dalla sagoma aspasiana, rimando a A. Cavarero, Diotima, in Ead., Nonostante Platone, cit., pp. 93-122. Sul medesimo personaggio, complice e insieme controfigura del pensiero platonico, messo a fuoco soprattutto quale enunciatrice dialettica dell'idea dell'amore, in quanto fattore prettamente procreativo di bellezza assoluta, si veda anche C. Dumoulié, Il discorso di Diotima, in Id., Il desiderio, cit., pp., pp. 15-20.

12 Lavoro imprescindibile per comprendere l'ideologia imperiale che domina presso la corte viennese, interpretata soprattutto da un punto di vista centripeto, anche nei rapporti che essa intrattenne con la società e la cultura coeva, irraggiante indicazioni esemplari e necessitanti ovunque in Europa, è quello offerto in Hubert Ch. Ehalt, La Corte di Vienna tra Sei e Settecento, traduzione e introduzione di Marco Meriggi, Roma, Bulzoni, 1984 (Munchen 1980). In particolare, per quanto concerne il mio discorso, rimando ai seguenti capitoli: Castelli, palazzi, giardini, Il cerimoniale, Opera, teatro e festa (ivi, rispettivamente pp. 113-157, 159-182, 201-216).

13 Per una serie di scandite messe a fuoco del palcoscenico viennese e del ruolo di spicco che sulle sue tavole svolse la poesia metastasiana, anche in quanto laboratorio di modelli e forme capaci di mediare la cultura di derivazione classica filtrandola prevalentemente attraverso la tradizione letteraria italiana, per proiettarla poi su uno scenario europeo, si veda nel suo complesso l'importante volume Il melodramma di Pietro Metastasio la poesia la musica la messa in scena e l'opera italiana nel Settecento, a cura di Elena Sala Di Felice e Rossana Caira Lumetti, Roma, Aracne, 2001. Molti incisivi profili, relativi alle disparate presenze, nel brulicante e aperto paesaggio offerto dagli italiani nella Vienna del XVIII secolo, che fossero artigiani o cantanti, scenografi o coreografi, avventurieri o letterati, maestri di retorica o cortigiani, sono tracciati in R. Caira, La cultura italiana a Vienna all'epoca di Metastasio , in «Critica letteraria», XXX, fasc. II-III, n. 115-116, 2002, pp. 465-483.

14 Sulla funzione che svolge in particolare lo stereotipo, nell'ambito delle «relations hiérarchisées» che presiedono alla formazione di quel «paquet de relations» costituente il secondo elemento dell'immagine, accanto al mot e allo scénario, secondo Pageaux, applicando a questo livello d'analisi la definizione che Lévi-Strauss ha fornito del mito, rimando a D.-H. Pageaux, Image/Imaginaire, cit., p. 372. Ecco, allora, che: «Dans le cas du stéréotype, la hiérarchie est posée dans le temps meme où il est proféré» (ibid.). Da parte mia, mi sono occupata di alcuni problemi connessi ai diversi livelli di entropia che caratterizzano la librettistica settecentesca, anche ponendoli in relazione con le forme e i modelli offerti dal genere romanzo, in: Ilaria Crotti, Percorsi della farsa tra romanzo e teatro, in I vicini di Mozart. II. la farsa musicale veneziana (1750-1810), a cura di David Bryant, Firenze, Olschki, 1989, pp. 489-546 (indi in Ead., Libro, Mondo, Teatro. Saggi goldoniani, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 169-219).

15 Cito in particolare i vv. 610-619. Mi avvalgo dell'ineccepibile edizione moderna: Giuseppe Parini, Il Giorno, Volume primo, Edizione critica a cura di Dante Isella, Parma, Fondazione Pietro Bembo / Ugo Guanda Editore, 1996 (per il mio rimando cfr. pp. 26-27); cui si giustappone il secondo volume di commento, dovuto all'eccellente contributo di Marco Tizi. La lezione del medesimo passo si presenta leggermente variata nella seconda redazione fornita successivamente ne Il Giorno (Il Mattino, vv. 627-636: «Tu de la Francia onor, tu in mille scritti / Celebrata da' tuoi novella Aspasia / Taide novella a i facili sapienti / De la Gallica Atene i tuoi precetti / Tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno / Pasci l'alto pensier tu che all' Italia, / Poi che rapìrle i tuoi l'oro e le gemme, / Invidiasti il fedo loto ancora / Onde macchiato è il Certaldese o l'altro / Per cui va sì famoso il pazzo Conte». Ivi, p. 124).

16 Ho curato l'edizione di questo romanzo, dove optavo per la prima stampa veneziana Fenzo, datata, appunto, 1773, corredandola di un saggio introduttivo, cui rimando: I. Crotti, I materiali della finzione. Appunti per una definizione del genere-romanzo nel Settecento italiano, in Antonio Piazza, L'amor tra l'armi ovvero la storia militare e amorosa d'Aspasia e di Radamisto, Milano, Angeli, 1987, pp. 7-46. Ne segnalo, inoltre, un'ulteriore riproposta moderna, dovuta alle attente cure di Villa, che forniva, a sua volta, la stampa veneziana Occhi 1782 (A. Piazza, Amor tra l'armi. Storia d'Aspasia e Radamisto *** Eugenia ossia il momento fatale, a cura di Edoardo Villa, Genova, La Quercia, 1980). Mi limito a segnalare in questa sede che ho espressamente dedicato all'Aspasia del Piazza, nel proposito di coglierne tutte le possibili derive, un saggio specifico in corso di stampa, dal titolo Immagini di Aspasia nella narrativa di Antonio Piazza.

17 Articolata e densa analisi, investente prospettive estetiche, letterarie e figurative che trascorrono dall'età rococò al maturo neoclassicismo nel segno della classicità, nell'importante volume di Walter Binni, Classicismo e Neoclassicismo nella letteratura del Settecento, Firenze, La Nuova Italia, 1963. Per una fine lettura sia ideologica che formale dei caratteri che viene ad assumere l'ellenismo tra seconda metà del Settecento e primi decenni dell'Ottocento, là dove precise ascendenze winckelmanniane si trovano accostate ad atteggiamenti irrazionalistici e a prese di coscienza di crisi sia individuali che culturali, rimando in particolare a due volumi di Marco Cerruti, Neoclassici e Giacobini, Milano, Silva, 1969; Id., L'"inquieta brama dell'ottimo". Pratica e critica dell'Antico (1796-1827), Palermo, Flaccovio, 1982. Ha fornito non solo il lessico estetico più pertinente per sondare un quadro così complesso, posto com'è tra i poli dialettici offerti da concetti quali antichità e natura, storia e grazia, ma anche una serie di proficue distinzioni che giungono a decantare il campo del classicismo più tradizionale rispetto alla lezione offerta dal neoclassicismo winckelmanniano, il volume di Rosario Assunto, L'antichità come futuro. Studio sull'estetica del neoclassicismo europeo, Milano, Mursia, 1973.

18 Per i necessari approfondimenti, nell'intento di gettare una luce più compiuta sulla fenomenologia del personaggio femminile del romanzo del Piazza, non posso che rimandare al contributo già indicato (Immagini di Aspasia nella narrativa di Antonio Piazza).

19 Ancora Dumoulié, prendendo le mosse dalla filosofia empedoclea per giungere fino alla riflessione lacaniana, dopo aver attraversato, tra l'altro, il Freud di Al di là del principio di piacere, spaziando da Nietzsche a Sartre, Marx e Artaud, Hegel e Foucault, ha svolto una compiuta e, insieme, dinamica analisi di tale snodo concettuale, per cui il campo del desiderio, in quanto spazio segnato dalla liminalità, si rappresenterebbe anche quale desiderio di morte (C. Dumoulié, L'erranza di un intermedio-tra-due-morti , in Id., Il desiderio, cit., pp. 32-33).

20 Focalizza le diverse anime che compongono il campo tematico qui evocato, spaziante dalla tradizione folclorica al genere romanzo, intorno ai poli della virtù premiata e/o punita, il volume di Veselovskij - Sade, La fanciulla perseguitata, a cura di D' Arco Silvio Avalle, Milano Bompiani, 1977. Per i nessi che detto ambito esperì nella commedia come nella narrativa del Settecento europeo, mi sia permesso rinviare al saggio di chi scrive, dal titolo Le seduzioni della virtù, in Carlo Goldoni, Pamela fanciulla. Pamela maritata, a cura di I. Crotti, Venezia, Marsilio Editori, 1995, pp. 9-47.

21 Anthony Giddens, L'amore romantico e altri legami, in Id., La trasformazione dell'intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne, trad. it. di Delia Tasso, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 49 (Cambridge 1992).

22 M. M. Henry, Prisoner of history, cit., p. 98.

23 «Jean-Léon Gêrome - osserva Henry - had been pornographizing Aspasia. His important 1861 Salon painting Socrates Seeking Alcibiades in the House of Aspasia shows her just before or after fellating Alcibiades» (ivi, p. 96).

24 E Praz, da parte sua, a proposito delle opzioni insieme estetizzanti e classiciste di Walter Pater, che gli richiamano alla mente proprio le tele di Leighton e di Alma Tadema, osserva: «con quella romanità e grecità così ravviate, azzimate, sfondi di paese incantevoli, sedili marmorei, accessori impeccabili, giovani e giovinette che paiono usciti or ora dal trattamento di un istituto di bellezza, un mondo classico da strenna di parrucchiere» (Mario Praz, Il patto col serpente. Paralipomeni di "La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica", Milano, Mondadori, 1972, p. 222). Solo un fugace cenno mi è possibile compiere, in questa sede, al fatto che, nel Piacere (Milano, Treves, 1889), d'Annunzio attribuisca proprio al Leighton l'ambiguo ritratto, dal volto leonardescamente duplice, di una Elena Muti, ormai Lady Heathfield: sorta di vestale erotizzata, sacerdotessa votata alla ierogamia, degna, quasi, del celeberrimo tempio di Afrodite a Corinto. Questa mia rapida menzione per rilevare in che misura le tracce aspasiane possano epifanizzarsi in molteplici larve, come, ad esempio, nella bipolarità ambiguamente sovrapposta, conflittuale e, insieme, osmotica, delle dannunziane Elena e Maria (Ferres).

25 Per una rassegna più articolata si confronti ancora a M. M. Henry, Aspasia in the Postclassical West, in Ead., Prisoner of history, cit., pp. 83-113.

26 Rilevo come il contributo di Henry, disattento, nel suo complesso, al versante letterario italiano e alle risonanze significative che ebbe su quello europeo, non faccia riferimento alcuno, ad esempio, all'ambito della librettistica e al romanzo veneziano del Piazza, limitandosi a prendere in considerazione per sommi capi, nel ricorrere ad una sorta di riassunto di primo livello, solo l'eccezione leopardiana (cfr. M. M. Henry, Prisoner of history, cit., pp. 96-98).

27 Traggo le mie citazioni dalla seguente edizione: Giacomo Leopardi, Poesie e prose. Volume primo. Poesie, a cura di Mario Andrea Rigoni, con un saggio di Cesare Galimberti, Milano, Mondadori, 1994.

28 Finissima nell'analizzare, sullo sfondo dell'antiplatonismo leopardiano, già compiutamente sondato dal Timpanaro, i vari etimi pagani e cristiani di un percorso molto eloquente anche per quanto attiene al Canto in oggetto, la disamina dovuta a C. Galimberti, Novo ciel, nova terra (Leopardi, Aspasia, v.27), in Studi in onore di Alberto Chiari, vol. I, Brescia, Paideia, 1973, pp. 537-547.

29 Per questo insieme di snodi problematici, di cui tutto il "ciclo di Aspasia", da Consalvo al Pensiero dominante, ad Amore e Morte, risulta intriso con eccelsa complessità, mi limito a rinviare ancora a C. Dumoulié, L'erranza di un intermedio-tra-due-morti ,cit. Croce, da parte sua, alla ricerca del Leopardi «migliore», quello, appunto, «schietto e sano», lo ritrova «non dove egli polemizza, ironizza e satireggia, e ride male, ma dove si esprime serio e commosso; e questo è il Leopardi migliore delle stesse Operette […]» (Benedetto Croce, Leopardi, in Id., Poesia e non poesia. Note sulla letteratura europea del secolo decimonono. Seconda edizione riveduta e aumentata, Bari, Laterza, 1935, pp. 112-113; il capitolo era in precedenza comparso, con lo stesso titolo, in «La Critica», XX, fasc. IV, 20 luglio 1922, pp. 193-204).

30 Mi riferisco al saggio, redatto originariamente in lingua italiana, dal titolo L'"Aspasia" di Leopardi (in «Cultura neolatina», n. 2-3, 1963, pp. 113-145), poi raccolto in Leo Spitzer, Studi italiani, a cura di Claudio Scarpati, Milano, Vita e Pensiero, 1976, pp. 251-292 (da cui cito). In merito si veda anche Sergio Solmi, Appunto su "L'Aspasia di Leopardi" di Leo Spitzer, in Letteratura e critica. Studi in onore di Natalino Sapegno. I, Roma, Bulzoni, 1974, pp. 631-634.

31 Leo Spitzer, Studi italiani, cit., p. 252.

32 Ivi, p. 251.

33 Ivi, p. 252. Segre, da parte sua, elegge proprio il citato saggio di Spitzer quale momento cardine di una stilistica dove risulta possibile rintracciare un lessico teorico di matrice saussuriana, attento nel medesimo tempo anche a fattori riconducibili a corrispondenze e a richiami testuali interni (cfr. Cesare Segre, Stile, in Id., Avviamento all'analisi del testo letterario, Torino, Einaudi, 1985, pp. 316-317).

34 Si legga, a questo proposito, proprio là dove i rilievi spitzeriani si dimostrano attenti a cogliere i tratti precipui di un'intellettualità ingannevole, «dotta» ma ad malitiam: «lei non è sprovvista di intelligenza, ma le motivazioni ("cagioni", v. 24) sono impure, tali da non essere intese dall'innocenza dei bambini» (L. Spitzer, Studi italiani, cit., p. 264).

35 Ivi, pp. 260-261.

36 Ivi, pp. 265-266.

37 Per quanto concerne l'amplissima bibliografia critica, sia in direzione interpretativa che metodologica, dedicata al Canto, mi limiterei a rinviare ai seguenti contributi e alle rassegne che via via propongono: Cesare Federico Goffis, Il dittico d'Aspasia, in «Italianistica», IX, n. 1, gennaio-aprile 1980, pp. 102-114; Angiola Ferrarsi, L'ultimo Leopardi. Pensiero e poetica 1830-1837, Torino, Einaudi, 1987; Michele Dell'Aquila, I ritorni di Aspasia, in «Italianistica», XX, n. 1, gennaio-aprile 1991, pp. 15-29; Emerico Giachery, Aspasia, in Leopardi e la parola simbolica, a cura di Lia Fava Guzzetta, Fossombrone, Metauro Edizioni, 2001, pp. 43-58; Maria Nieves Muñiz, La funzione di "Aspasia" nei Canti. "Fabula quanta fui", in «Belfagor», LVI, vol. 56, n. 334, 2001, pp. 411-428. Su altro versante, per un'opportuna disamina in controluce degli interessi culturali della salonnière Targioni Tozzetti attraverso i suoi carteggi, che la rivelano, tra l'altro, pervicace collezionista d'autografi, rimando ai preziosi contributi di Laura Melosi, Le carte di Aspasia. Pietro Giordani a Fanny Targioni Tozzetti, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», n. 1-2, gennaio-agosto 1995, pp. 141-158; Elisabetta Benucci, "Aspasia siete voi...". Lettere di Fanny Targioni Tozzetti e Antonio Ranieri, Venosa, Edizioni Osanna, 1999.


Bollettino '900 - Electronic Newsletter of '900 Italian Literature - © 2003

Giugno 2003, n. 1